Credete si tratti di uno scherzo? No, no, questa è una proposta serissima!
Mandiamo “i ragazzi del Grande Fratello” in missione ad Haiti.
Per essere sicuro che nessuno fraintenda, sottolineo che questa non è una trovata polemica. E’ piuttosto un’anticipazione dell’esito inevitabile delle cose per come è strutturata la società occidentale oggi. Quindi tanto vale farlo subito, prima che il Grande Fratello di qualche altra nazione ci preceda. Se una vetta è destinata ad essere scalata, tanto vale che a farlo sia uno di noi.
Mandare i Ragazzi del Grande Fratello per qualche giorno in missione ad Haiti, a spalare detriti e salvare almeno un bambino (cercando un po’ credo se ne trovino ancora a sufficienza a sotto le macerie), sarebbe ovviamente un piccolo passo per un Ragazzo del Grande Fratello, ma un grande passo per la Televisione del ventunesimo secolo. E, per la televisione italiana, finalmente il riscatto dalla brutta tragedia di Vermicino (tragedia brutta soprattutto in stretto senso televisivo, come qualcuno ricorderà[1]).
Ovviamente, per gli haitiani terremotati, non cambierebbe nulla. Ma di questo non ci deve importare. Dopotutto, già non ci importa niente che per loro nulla cambierà in virtù degli SMS solidali che in questi giorni le zelanti trasmissioni televisive ci sollecitano ad inviare. Già, la carità pelosa moderna oggi si fa inviando un SMS.
Nessuno vuole in realtà aiutare gli haitiani (a parte quelli pagati per farlo). Ci si vuole però illudere di averli aiutati. Si vuole solo sedare a basso prezzo il fastidio di rendersi conto che di quella tragedia in definitiva non ci importa nulla. Ci accorgiamo fuggevolmente della nostra insensibilità e per illuderci di non essere insensibili mandiamo un SMS Premium.
Tale insensibilità ha invece una naturalissima ragione d’essere: la tragedia è accaduta in un altro mondo. Distante. Non ci tocca. Se ci si commuove non è per la tragedia, ma per la rappresentazione televisiva di essa che il cavallo ditroia della televisione ci porta in salotto, facendoci percepire la tragedia come se fosse nostra. Come fosse nostra per finta.
Ma non è nostra.
Neppure per finta.
Perché in realtà, il pianeta Terra con i suoi oltre 6 miliardi di anime è semplicemente troppo vasto per non produrre innumerevoli tragedie tutti i giorni.[2] Tutti, tutti, tutti, ma proprio tutti i giorni qualche centinaio di migliaia di persone muore (fra cui qualche decina di migliaia di bambini per fame, en passant), cioè più di tutti quelli morti nel terremoto di Haiti. Tutti i giorni. Ma poiché in genere non muoiono in modo spettacolare ed esotico nessuno ce lo mostra in tivù e noi non ci commuoviamo e non inviamo SMS caritatevoli. Eppure ogni morte è una tragedia – se non ci credete provate un po’ a morire e poi mi saprete dire.
Ma la morte fa anche parte dell’ordine naturale delle cose. Nella società occidentale moderna, produttrice ad oltranza di “diritti” dell’individuo sempre più irrealistici ed immaginari, sembra quasi che tra i “diritti acquisiti” ci sia anche quello di non morire. Quindi ci si dimentica della normalità della morte, e quando essa si manifesta si reagisce con stupore ed incredulità, spesso ornati di sterile indignazione. Quale distacco dalla realtà e pochezza di pensiero!
I telegiornali ci spiegano di come sia difficile far pervenire ad Haiti gli aiuti alimentari alle popolazioni per via di strade interrotte ed infrastrutture distrutte. Forse confondono le telecamere necessarie a filmare i disgraziati che fanno la coda per il cibo con il cibo stesso. Mi rendo conto che è problematico far giungere telecamere a sufficienza in così tante aree disastrate piene di gente che soffre e che meriterebbe di essere filmata, ma per il cibo è diverso. Non ci vorrebbe poi molto a sfamare gli haitiani in tutto il paese. Basterebbe paracadutare tonnellate e tonnellate di cibo da centinaia di aerei B52. Lo si fa con le bombe, non vedo perché non lo si possa fare con il cibo, che dopotutto costa anche di meno ed è più politicamente corretto e gastricamente digeribile. Va be’ che con le bombe però si vincono i Nobel per la Pace, mentre col cibo non è chiaro cosa ci si guadagni, ma se si vuole far finta di essere buoni, perché non farlo con un po’ più di convinzione?
Stabilito che degli haitiani in verità importa pochino a chiunque non sia di casa ad Haiti, riesaminiamo l’opportunità di inviare sul luogo in missione i Ragazzi del Grande Fratello.
Ad Haiti, i Ragazzi del Grande Fratello farebbero molte cose perfettamente inutili. Il pregio in ciò sta proprio nella sublime perfezione di tale inutilità, emblematica della irreale società televisiva italiana nella quale crediamo di vivere.
Quando ci fu il terremoto in Abruzzo, furono parecchi i casi documentati di giornalisti che ostacolarono i soccorsi pur di documentarli (in realtà, fingere di documentarli; vedi i video in calce all’articolo). Anche sforzandosi, peggio di così i Ragazzi del Grande Fratello non possono logicamente fare. Essendo perfettamente inutili, le loro azioni saranno meno dannose di quelle dei giornalisti italiani suddetti. Già questa mi sembra cosa buona e giusta. Ai limiti della nobiltà. Se siamo inutili come siamo, vediamo di non essere più dannosi del necessario. E celebriamo la nostra inutilità per quello che realmente è. Senza raccontarci quella marea di balle che ci rendono una società sempre più psicopatica.
Una volta sul luogo, vagando tra le macerie, i Ragazzi del Grande Fratello diranno anche molte, moltissime cazzate perfettamente inutili. E’ la loro specialità. Ottimo. Anche in questo caso, il valore sta nella perfezione, e nella limpida trasparenza di tale inutilità. L’inutilità genuina ha un valore. E’ molto peggio quando stronzate completamente inutili ci tocca sorbircele da un servizio giornalistico televisivo che ha la pretesa (per non parlare del dovere) di informarci di qualcosa. Fate caso a qualsiasi telegiornale odierno: negli ultimi dieci minuti vengono ormai date solo notizie del cazzo, di livello così basso che più infimo non si può. E questa è a volte paradossalmente la parte migliore del telegiornale. Spesso infatti le grandi testate giornalistiche non si limitano nemmeno a darci informazioni inutili, bensì ci ingannano contandoci vere e proprie balle (spero non si offendano gli aficionados della telenovela di Osama Bin Laden). Meglio allora ascoltare cosa hanno da dirci i Ragazzi del Grande Fratello in missione sul luogo del disastro umanitario. Se in tivù dobbiamo proprio assistere ad orgedi lacrime perché fanno ascolto, molto meglio allora le fatue (e a volte divertenti, nella loro futilità) lacrime dei Ragazzi del Grande Fratello rispetto alla pornografica e criminale esposizione del tragico dolore dei parenti delle vittime che è ormai l’onnipresente piatto forte dei rispettati telegiornali necrofili.
Ha ormai preso piede l’abitudine di estradare di tanto in tanto i reclusi nella Casa del Grande Fratello verso un’altra Casa del Grande Fratello di un’altra nazione. Una sorta di Erasmus del Reality. Un’insensatezza meravigliosa. Quello che si chiede è di compiere un passo in più. Capire che le tragedie, una volta azzannate ed ingerite dai media, si trasformano in reality shows. E da reality shows vanno quindi trattate. Fino in fondo. Per una ragione di coerenza nei confronti dell’ineluttabilità delle cose.
Inviare i Ragazzi più invidiati d’Italia ad Haiti si può. E poiché si può, intrinsecamente si deve.
Non perché ciò sia utile, ma poiché questo è più sinceramente inutile delle altre cose che si fanno. Perché ciò incarnerebbe lo spirito dei tempi in cui viviamo meglio di qualsiasi altro gesto. E non ci si può esimere dal compiere un gesto così paradigmatico!
Un fatto del genere farebbe inevitabilmente tendenza. Ogni paese civilizzato del mondo si affretterebbe quindi a mandare un proprio contingente di Ragazzi del Grande Fratello ad Haiti, a vagare costernati nella desolazione del dramma.
In tragedie future, i vari team nazionali di Ragazzi del Grande Fratello potranno regolarmente convergere sul luogo del fatto per ingaggiare una competizione futile dalle regole che variano ogni volta, in modo da meglio calzare alla tragedia di turno. Una sorta di Giochi senza Frontiere del Grande Fratello Transnazionale, trasmessi in mondovisione. In grado, nel mondo occidentale, di battere gli indici d’ascolto delle olimpiadi stesse.
Questo è il futuro inevitabile della nostra società – ammesso e non concesso che la nostra società abbia un futuro. Quindi, perché attendere? Iniziamo a raccogliere firme! Inviamo questo pubblico appello a tutti quelli che conosciamo! Condividiamo questa battaglia inutile su Facebook! Hai almeno 5 amici con cui condividere subito questa inutilissima battaglia?[3]
Se proprio non si ha il coraggio di mandare i Ragazzi del Grande Fratello in missione ad Haiti, per lo meno ospitiamo una famiglia di haitiani terremotati nella casa del Grande Fratello, facendoli convivere col salumiere, il casto, la checca, l’innamorata, l’isterica, il pitbull ed il marchese a tre palle. E sottoponendo al televoto del pubblico l’opportunità di fare loro trascorrere anche qualche giorno nel tugurio, che per l’occasione gli scenografi addobberanno così da ricreare un’atmosfera post-terremoto, in onore di una tragedia da non dimenticare mai.
Una settimana è sufficiente per dare un segno importante al mondo. Il segno che la Televisione ha marcato una nuova tappa nel proprio fatale divenire. Gli ascolti andrebbero alle stelle. Gli sponsor sarebbero entusiasti. Alfonso Signorini verrebbe candidato al Nobel per la Pace. Ed alla fine della settimana i terremotati potrebbero sempre tirare su dei bei soldini vagando nel ruolo di ospiti con nulla da dire nelle varie trasmissioni televisive e discoteche alla moda.
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[1] Nel giugno del 1981 un bambino di sei anni, Alfredo Rampi, cadde in un pozzo artesiano a Vernicino, vicino a Roma. Il pozzo era largo 28 centimetri e profondo 80 metri. Intrappolato nel pozzo, il bambino piangeva e chiamava aiuto. I soccorsi provarono in tutti i modi a salvarlo ed il fatto si trasformò in un evento mediatico senza precedenti. La RAI dedicò all’operazione di salvataggio 18 ore di diretta televisiva A RETI UNIFICATE. Il Presidente della Repubblica Pertini si recò sul luogo della disgrazia. Avrebbe tutto dovuto finire in bellezza. C’era l’intento di mostrare il successo dello Stato nel salvare un bambino. Ma l’impresa fallì poiché il poveretto non poté venire salvato e purtroppo morì. Lo spettacolo del glorioso salvataggio si trasformò quindi in una tragica e dolorosa figura di merda. Nota bene: tutti gli anni sono parecchi i bambini che sfortunatamente cadono in qualche pozzo artesiano, e molti di essi ci lasciano la pelle. Il caso del piccolo Alfredino divenne tuttavia una tragedia nazionale di cui si parla ancor oggi solo per il fatto di essere entrato (e rimasto per 18 ore) in tutti i salotti, dove in realtà c’entrava come i cavoli a merenda.
[2] E l’universo è anche più grande della Terra, e di parecchio. Ci sono cento miliardi di stelle nella nostra galassia, e poi ci sono altri cento miliardi di galassie, ognuna con i suoi bravi cento miliardi di stelle o giù di lì. Molte di queste stelle hanno i loro sistemi solari, e non fosse altro che per una ragione di statistica è alquanto probabile che quindi l’universo brulichi di altre forme di vita, una parte delle quali anche intelligenti. Nei miliardi di anni, chissà quante di esse si sono estinte tragicamente, chissà quanto orrore si è consumato nel cosmo, al quale noi siano abbiettamente insensibili… Con il progresso della civiltà, per sgravarsi la coscienza da questi drammi alieni troppo a lungo trascurati, sarà presto possibile mandare una nuova serie di SMS Premium, oppure aderire allo scudo morale che garantisce la remissione di ogni peccato di insensibilità detenuto all’estero extraterrestre (ovvero nei confronti di tragedie extraterresti di qualsivoglia natura) a chiunque acquisti tutte le settimane una schedina di totocalcio e superenalotto.
[3] Se non hai almeno 5 amici con cui condividere questa inutile battaglia, puoi anche suicidarti. Il signor Remo Buonaventura decise di condividere con 5 amici un’inutile battaglia su Facebook. Sei mesi dopo gli arrivò per posta un assegno di un milione. La signora Belina Parodi si rifiutò invece di condividere con 5 amici un’inutile battaglia su Facebook. Sei mesi dopo le venne il colpo della strega mentre faceva zapping, le si ruppe il telecomando mentre per sbaglio c’era Porta a Porta e fu quindi costretta a guardarsi Bruno Vespa tutta la sera, e poi anche il giorno dopo.
Ecco un giornalista del TG1 mostrare tutta la propria esiziale utilità durante le operazioni di soccorso per il terremoto in Abruzzo. Un pompiere giustamente lo manda a quel paese, ma lui non sembra avere il buon gusto di andarci. Il Telegiornale poi si scusa, ma senza molta convinzione.
In questa deplorevole serie di telegiornali pornografici (pornografia senza sesso, la peggiore che c’è) possiamo nuovamente ammirare una serie di molestie di raro pregio, ad opera di autentici campioni di imbecillità. Giornaliste che con grande tatto si intrufolano nelle auto dove trascorrono le loro vacanze notturne i senzatetto terremotati, nessuno dei quali purtroppo ha nel dormiveglia la lucidità di mandare gli intrusi a fare inculo. Giornalisti che fanno la ramanzina al pompiere che non riesce a sincronizzare il lavoro dei soccorsi con la pubblicità. Sublime poi la domanda rivolta alla vecchietta appena salvata dai pompieri, da parte di un giornalista che sfoggia un’intelligenza del calibro dei più blasonati cartomanti – qui siamo a livello del genio del Mago Gabriel.
La tragedia di Vermicino reloaded. Fu il primo reality show della televisione italiana. Non andò come da copione, a dimostrazione del fatto che un buon reality show non si improvvisa.
Da qualche anno mi capita di venire sistematicamente molestato da chi, soffrendo evidentemente di allucinazioni, mi da (più o meno esplicitamente) del complottista. Chiariamolo una volta per tutte: nonostante questo vocabolo apparentemente esista, esso non ha legami significativi con la nostra realtà. Dico “apparentemente esista”, poiché sul dizionario Zingarelli questa parola non c’è. E neppure sul Gabrielli. Il correttore ortografico del mio programma di scrittura me lo sottolinea in rosso – anche per lui la parola non esiste. Per migliaia di anni non è mai esistito un complottista – tanto è vero che mancava la parola. Poi c’è stato l’11 settembre e – come ci viene ripetuto in tutte le salse – da quel giorno nulla è come prima. Anche linguisticamente.
Quindi adesso la parola “complottista” esiste, neologismo del 21esimo secolo. E nella mente di chi la usa significa “chi vede complotti ovunque”. Insomma, per certi versi un paranoico, anzi, meglio, un paranoico da operetta, un figuro visionario da deridere così da potersi gongolare in un tronfio senso di goffa superiorità.
In effetti una parola già c’era, a rappresentare questo significato, ed è “complottardo”. Il fatto che nessuno la conosca la dice lunga sull’influenza storica dei complottardi nei nostri confronti. Inoltre, l’accezione principale di complottardo è “chi ordisce complotti, congiure, intrighi”, insomma, c’è sempre stata una certa confusione sul tema.
Il problema vero è alla radice. E’ il vocabolo “complotto” che mal si addice alle discussioni sull’11 settembre, sull’origine antropogenica dei nuovi virus che riempiono i telegiornali, sulla veridicità o meno dello sbarco sulla luna e sui molti altri fatti sui quali cresce il livello di controversia.
Cito dal dizionario Gabrielli:
“Complotto: Congiura, cospirazione, trama, maneggio, macchinazione, intrigo, intesa segreta per fini non buoni. Un complotto contro lo stato, un complotto di ammutinamento | Anche in senso non grave. Un complotto tra studenti per beffare un compagno.”
Il senso che emerge è quello di un intrigo fra pochi individui – cioè qualcosa lontano anni luce dalle complesse strategie delle grandi nazioni e dei cosiddetti poteri forti. Una nazione pianifica e agisce, non complotta. Il complotto si fa dal basso verso l’alto delle gerarchie, non dall’alto verso il basso. L’altro elemento che c’entra come i cavoli a merenda è il giudizio negativo implicito nella parola complotto. I complotti sono intrinsecamente malvagi. Mi rendo conto che molti non riescono a pensare se non in termini di Bene e di Male, ma quando si esaminano i moventi delle azioni delle grandi nazioni e/o dei grandi poteri le categorie del Bene e del Male c’entrano ben poco – per non dire nulla. A quel livello le cose vengono fatte in quanto necessarie o opportune, e comunque possibili. A quel livello il Bene e il Male sono solo ottimi e collaudati strumenti di marketing ad uso e consumo del grande pubblico, aventi però scarsissima relazione con la realtà delle motivazioni. L’individuo che ruba una mela può finire in carcere, ma la grande nazione che attacca militarmente una piccola nazione violando leggi internazionali che essa stessa ha contribuito a scrivere non viene punita, anzi, il suo leader viene eventualmente insignito del premio Nobel per la Pace, al discorso di accettazione del quale potrà esibirsi in un’elegante apologia della guerra, riscotendo meritati applausi. Il Bene e il Male qui si confondono in modo surreale proprio perché al di là delle convenzioni sociali utili alla convivenza civile delle persone, in realtà non esistono. Ma le convenzioni sociali, utili alla convivenza fra individui, mal si applicano alle grandi forze che fanno la storia.
Gli Stati Uniti bombarderanno l’Afghanistan finché vorranno e potranno, e questa è semplicemente storia del mondo – non è un complotto, né è la conseguenza di un complotto.
Perché l’11 settembre, che viene invocato a pretesto della guerra in Afghanistan, non è stato un “complotto”. E’ stata un’operazione militare di notevole complessità inquadrata in una strategia più vasta e lungimirante che l’emergere di milioni di “complottisti” non ha minimamente scalfito. E giudicarlo in termini di “Bene” e di “Male” (come tipicamente si fa con i complotti) è utile a farci eventualmente sentire buoni e pii e degni di improbabili ricompense celesti, ma ha un scarso (per non dire nullo) impatto sulla realtà degli eventi. Gli americani non fanno la guerra in Afghanistan perché sono cattivi. Lo fanno perché possono e ritengono che ad essi convenga. Può darsi che si sbaglino (Hitler e Mussolini a loro tempo sbagliarono i calcoli, ed indubbiamente la guerra non portò loro i risultati sperati), può darsi di no, solo il futuro ce lo dirà.
Dobbiamo chiarire tutto ciò per liberarci una volta per tutte del mito dei “complotti”, alla base degli orribili e fuorvianti neologismi “complottismo” e “complottista”.
Al livello delle azioni delle grandi nazioni e dei grandi poteri, non ci sono complotti. Ci sono invece elaborate strategie, e complesse e sofisticate operazioni militari e di psyop – operazioni di guerra psicologica.
Il segretissimo Progetto Manhattan, con il quale gli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale svilupparono e costruirono la prima bomba atomica, non era un complotto.
Gli attentati terroristici false flag (=compiuti sotto mentite spoglie, per incolpare un nemico e giustificare la propria “reazione”) così di moda oggi, l’ipotesi che i nuovi virus influenzali siano creati in laboratorio, il controllo ormai pressoché totale dei grandi media non hanno nulla a che fare con il concetto di “complotto”. Quando i nazisti e i fascisti controllavano completamente la stampa di Germania e Italia, questo non era il frutto di “un complotto”. Essi la controllavano, e basta! Quindi togliamoci questa parola dalla testa! E’ stata ficcata ad arte nelle nostre teste per confonderci le idee, mandiamola una volta per tutte a quel paese!
Paradossalmente, il più clamoroso complotto degno di tal nome è proprio quello teorizzato nella versione ufficiale del governo statunitense sugli eventi dell’11 settembre. Ditemi se non è questo un complotto esemplare: Un piccolo gruppo di individui molto malvagi (i 19 dirottatori), istruiti dentro a una caverna afgana dal capo di turno della Spectre… ehm, volevo dire di Al Qaeda (scusate il lapsus, ero abituato al fatto che ad avere le basi segrete nelle grotte di paesi esotici fossero solo i nemici di James Bond, utili soprattutto ad esplodere con gran spreco di fuochi d’artificio per fare capire allo spettatore che il film sta finendo), complotta per attaccare di sorpresa il paese più potente del mondo, l’11 settembre 2001, allo scopo di dargli una sonora lezione. Ecco, questo sì che si può chiamare complotto, secondo la definizione che della parola ne danno i dizionari della lingua italiana. Volendo quindi a tutti i costi usare l’orribile parola complottista, dovremmo concludere che gli unici complottisti in giro sono in realtà i sostenitori della versione ufficiale del governo americano sui fatti dell’11 settembre. Ricordiamo che complottista sarebbe “chi vede complotti ovunque”, e mi sembra che l’incessante reiterazione per anni ed anni di allarmi su “cellule dormienti di Al Qaeda” che sarebbero pronte ad entrare in azione ed attaccarci anche se poi questo non succede quasi mai (e quando invece avviene una minima analisi porta subito a sospettare il solito false flag), risponda al requisito “vedere complotti ovunque.” Anche perquisire a fondo per anni ed anni tutti i viaggiatori che negli aeroporti prendono innocentemente un aereo per le vacanze senza mai incappare in uno – dico uno – che stesse cercando di salire su un aereo per dirottarlo, mi pare che sia un ottimo sintomo del “vedere complotti ovunque.” Se in tutti questi anni milioni e milioni di sistematiche perquisizioni in tutti gli aeroporti non hanno trovato e bloccato un singolo terrorista che intendesse far casino sull’aeroplano, quando nel contempo e stato dimostrato che con un minimo di ingegno si riesce ugualmente a contrabbandare armi di ceramica a bordo (un giornalista di Repubblica lo ha fatto), una persona normale dotata di logica giungerebbe alla ovvia conclusione che semplicemente non esiste nessuno al mondo che in realtà voglia fare casino sugli aeroplani. Solo qualcuno che insiste a “vedere complotti ovunque” continuerebbe a perquisire ulteriori milioni di passeggeri, molestandoli con gli insensati sequestri di dentifrici, profumi e creme per la pelle con i quali si vaneggia che si potrebbero confezionare bombe nel cesso dell’aeroplano. Se qualche “complottista” esiste, è indiscutibilmente quindi proprio chi proietta su altri questa etichetta del cazzo. [Nota: Appena scritto questo articolo, è salito alla ribalta della cronaca l’idiota imbarcatosi su un aereo diretto negli Stati Uniti con un pacco di esplosivo malfunzionante nascosto tra i genitali. Chi si lascia impressionare da messe in scena del genere, ovviamente finalizzate a bombardare lo Yemen, si vada a sentire o a leggere l’opinione di Webster Tarpley a riguardo.]
Non mi dilungo ulteriormente sul tema anche perché c’è già in rete chi lo ha fatto con sufficiente eleganza e ricchezza di argomentazioni, e gli interessati possono approfondire cliccando qui e poi qui (ma anche qui non guasta).
Rottamato finalmente l’orribile vocabolo “complottista”, cosa rimane?
Rimane una grande, grandissima divisione fra le persone che formano la società occidentale. Un tempo, le divisioni in seno alla civiltà occidentale si chiamavano “lotta di classe”, e la divisione veniva rappresentata con una metafora spaziale, la divisione del quadro politico in destra e sinistra. Questo mondo non esiste più, anche se molti ancora lo allucinano. In tutto il mondo occidentale non c’è più una destra o una sinistra politica, al di là di una simulazione teatrale peraltro sempre meno credibile, ed una oggettiva differenza antropologica fra chi “si sente” di destra e chi di sinistra. No. L’enorme divisione che si sta formando in seno alla società occidentale è tra coloro che hanno smesso di credere più o meno ciecamente alle informazioni smerciate sul circuito ortodosso dei media, e coloro che invece continuano a crederci. E’ un scisma importante, poiché conduce a due mondi mentali straordinariamente diversi, distanti anni luce uno dall’altro. Quindi è un fenomeno profondamente ideologico. E nessuno lo ha ancora riconosciuto e descritto come tale. Sulla piazza intellettuale si ripete giustamente che le ideologie sono morte. Quelle vecchie. Di quelle nuove non se ne accorge nessuno. Tutti tacciono di questo nuovo, recente, profondo e irrevocabile scisma nel criterio con cui le persone formano i propri modelli di realtà.
Potremmo per il momento chiamare queste due fazioni “i Fiduciosi” e “gli Sfiduciati”.
Fino a pochi anni fa eravamo quasi tutti più o meno Fiduciosi che ciò che il telegiornale ed i giornali ci raccontavano in buona sostanza non si discostasse troppo dalla realtà. Eravamo consci che le notizie potessero essere in parte manipolate o censurate, ma c’era una certa fede nel fatto che il grosso delle informazioni che ci raggiungevano avesse una “massa critica” di realtà, e che quindi, tra le inevitabili bugie, ci comunicasse qualcosa di utile e importante sui fatti del mondo.
Questo sistema è letteralmente andato a pezzi nei primi dieci anni di Internet, e proprio a causa di Internet stesso.
Sebbene il rumore di fondo su Internet sia cresciuto sino a livelli tali da rendere problematico trovare ciò che effettivamente ci possa interessare, la Rete ha nondimeno permesso a tutti gli individui che scovano nel rumore del Villaggio Globale una notizia misconosciuta, ma importante, oppure giungano a ragionamenti brillanti su temi critici, di condividerli con chiunque nel mondo sia ad essi interessato. Storicamente, le epoche “magiche” della cultura umana in cui l’intelletto umano è sbocciato in infiorescenze di genio indimenticabili – la cultura greca, quella latina, il Rinascimento, l’Illuminismo ecc. – non sono state il frutto dell’azione di singoli individui brillanti, bensì il risultato di un fenomeno di risonanza creativa, in cui il genio e la creatività di uno catalizzava il genio e la creatività di un altro, e così via in un mirabile processo di retroazione positivo che amplificava il progresso intellettuale di tutti. Necessario era tuttavia che i soggetti implicati nel processo condividessero uno spazio fisico non troppo esteso, altrimenti come avrebbero potuto incontrarsi e proficuamente interagire?
Internet oggi ha esteso le possibilità di questo processo di risonanza creativa, superando il problema delle distanze fisiche fra i soggetti coinvolti, che pur trovandosi fisicamente agli antipodi uno rispetto all’altro possono ugualmente condividere una sorta di stesso spazio mentale, rendendo possibile l’emergere di vere e proprie tribù delocalizzate, che si scambiano regolarmente informazioni e sviluppano modelli di realtà condivisi.
E’ questo processo di risonanza creativa verificatosi su Internet che ha generato una nuova corrente scismatica di esseri umani: gli Sfiduciati.
Mentre i Fiduciosi continuano imperterriti a brucare innocentemente l’essenza del loro sapere del mondo dall’affezionato tubo catodico ed eventualmente dalle testate giornalistiche che da decenni tengono loro compagnia tutte le mattine a colazione, gli Sfiduciati sentono di essere stati sbattuti fuori a calci nel culo dall’Eden dell’informazione mainstream delle verità rivelate, alle quali non riescono più a credere.
Per il Fiducioso la vita rimane piuttosto semplice: il processo di comprensione e di filtraggio delle informazioni su quanto succeda nel mondo è ancora delegato ai propri telegiornali e giornali preferiti, il che libera l’animo dalla fatica, la perdita di tempo e lo stress di discernere le informazioni significative dalle bufale e dalle notizie irrilevanti.
Per lo Sfiduciato invece le cose si complicano. Sebbene Internet contenga oggi informazioni infinitamente più significative rispetto ai vecchi media, la Rete non contiene soltanto queste. Oltre che informazioni importanti ed analisi illuminanti, in Rete si trova anche una immensa quantità di immani cazzate. A volte, le informazioni utili sono addirittura mescolate alle cazzate, e ci vuole una certa abilità per riuscire ad estrarle dal contesto fuorviante per farne un utile uso.
Poiché il cervello umano ha una forte tendenza alle generalizzazioni, molte persone passate alla categoria degli Sfiduciati diventano semplicemente dei Fiduciosi indiscriminati di tutto ciò che di strambo trovano su Internet. Questo spiega perché molti Sfiduciati, dopo aver smesso di credere ai media tradizionali finiscano poi tristemente per prendere per oro colato i furbi vaneggiamenti di gente come David Icke (secondo il quale siano tutti governati da ibridi alieni rettiliani che hanno mescolato il loro DNA a quello dei potenti della Terra più di 1000 anni fa). In effetti, i personaggi alla Icke non sono affatto casuali, esistono proprio per attrarre i novelli Sfiduciati e trasformarli in una nuova categoria di inoffensivi Fiduciosi. Il vecchio sistema si difende anche così. Icke è soltanto un esempio eclatante, ma la lista dei falsi profeti è lunga assai. Ogni Sfiduciato che si rispetti dovrebbe stilare la propria lista nera di falsi profeti le cui rivelazioni non vanno prese troppo sul serio. (Assieme alle panzane, i falsi profeti mescolano anche informazioni vere, altrimenti chi mai si lascerebbe sedurre da loro?) Non è un caso che gli Sfiduciati opportunamente convertiti in Nuovi Fiduciosi Del Falso Profeta Di Turno siano spesso orgogliosi di riconoscersi in quell’etichetta di “complottista” che persone con maggior senno riconoscono come nettamente insultante. Cornuti e mazziati e contenti, insomma.
Senza arrivare a questi estremi, è tipica in ognuno che abbia perso ogni fiducia nell’informazione mainstream una fase in cui si tenda a credere il contrario di ciò che l’autorità traditrice comunica. Credere il contrario non è la stessa cosa che non credere più, e può condurre a svarioni anche notevoli. Un caso emblematico lo vediamo in occasione del fatto di cronaca dello psicolabile che ha lanciato un Duomo di pietra contro il volto di Berlusconi. Su Internet, si è notata nei forum di discussione una marea di Sfiduciati convinti che l’intero episodio, che pure si è visto bene in televisione, fosse una montatura.
Il sangue? Pomodoro. Il Duomo di pietra? Lo avrebbe appena sfiorato. Qualcuno ha addirittura azzardato che tutta la scena fosse stata manipolata digitalmente. Inoltre, si argomenta, chi è che ha tratto vantaggio politico dall’evento? Berlusconi. Quindi, come l’11 settembre “insegna”, vuol automaticamente dire che si è fatto anche lui l’autoattentato. Ecco, qui vediamo un caso esemplare di Sfiduciati che, anziché limitarsi a chiedere a loro stessi scetticamente se ciò che ci viene mostrato corrisponde al vero (ed in questo caso a rispondersi di sì, perché semplicemente è così) cadono nella trappola di credere per forza al contrario della versione ufficiale, prendendo così una cantonata madornale. Perché ogni tanto – ahimè – qualcosa accade per davvero così come ci viene mostrata. Ma nel suo percorso di emancipazione, lo Sfiduciato è come un bambino che attraversi la sua fase del “no”, ed il suo rifiuto per tutto ciò che giunge dall’autorità è assoluto e indiscriminato. E’ umano che questo fenomeno avvenga, tuttavia – come il bambino infine supera la sua fase del “no” – anche l’adulto Sfiduciato deve liberarsi di questa nuova schiavitù. Perché se prima era uno schiavo asservito a credere a tutto ciò che gli veniva detto, adesso è uno schiavo asservito a credere il contrario di tutto ciò che gli viene detto. Sempre schiavo rimane. Schiavo dell’irrealtà. Per non essere uno schiavo, l’adulto Sfiduciato deve giungere a saper scegliere la visione della realtà più plausibile e probabile, ogni volta, in modo critico e ponderato. E le opinioni preconcette non aiutano in questo processo.
Se il cammino degli Sfiduciati verso una migliore comprensione del mondo è irto di trappole, quello dei Fiduciosi verso una peggiore comprensione del mondo si riempie di vaghi fastidi.
I Fiduciosi non si pongono la domanda del perché in giro ci siano sempre più Sfiduciati. Si chiedono eventualmente invece come mai ci siano sempre più complottisti, ma la curiosità, solo in apparenza intellettuale, è in verità affine a quella che si prova quando ci si chiede perché d’un tratto ci siano così tante mosche che ci ronzano attorno disturbandoci. L’obiettivo non è capire la complessa ecologia delle mosche, bensì come liberarsene.
La BBC ed il Time hanno cercato di spiegare ai propri Fiduciosi lettori perché il mondo intorno a loro si popoli di cotanti complottisti. Par condicio impone che ci si ponga anche la domanda inversa.
L’interrogativo che ogni Sfiduciato fatalmente si rivolge infatti è: come fa così tanta gente a rimanere Fiduciosa? Non c’è una risposta unica. Coloro che assorbono tutte le loro informazioni dalla televisione ed eventualmente dalla lettura di giornali sportivi o di gossip, vivono in un mondo illusorio a perfetta tenuta stagna, un Truman Show di massa a prova di bomba, il Mondo Nuovo profetizzato da Huxley più di mezzo secolo fa. Anche coloro che si spingono un passo più in là e leggono le pagine non sportive dei giornali sono confinati in una versione edulcorata della realtà. Essi sono convinti che i giornali (almeno quelli che leggono loro) siano più o meno liberi di scrivere ciò che vogliono, poiché viviamo in una democrazia anziché una dittatura. E fin qui non si sbagliano. Il loro madornale errore è sulla esatta stima di quel “più o meno”. Ciò che i giornali nascondono loro è di tale portata, che la loro percezione della realtà ne viene catastroficamente distorta (la mistificazione omertosa sui fatti dell’11 settembre ne è un emblematico esempio). Questa fascia di Fiduciosi è solitamente più radicata nelle proprie erronee credenze della fascia più sempliciotta che non legge affatto. La convinzione di essere bene informati agisce con forza contro l’opportunità di scoprire che tale certezza è infondata e c’è una resistenza fortissima ad ammettere che si sono sprecati anni ed anni della propria vita a farsi abbindolare su temi cruciali dai mezzi di informazione in cui si era riposta la propria fiducia. E’ inoltre insopportabilmente umiliante, per chi si pensa intelligente, scoprire di essere invece stato fatto fesso ad oltranza. Chi non ha la forza di inghiottire il rospo, rimane Fiducioso incallito.
La risonanza creativa fra le persone che su Internet collaborano nel tentativo di capire cosa succede al mondo meglio di quanto consentito dai media tradizionali è un fenomeno straordinario, che trova il paio solo con le grandi rivoluzioni culturali del passato. I giornali tradizionali osteggiano questo processo, ma continuando a mentire sui fatti essenziali del mondo perdono costantemente autorevolezza e sempre più lettori Sfiduciati li abbandonano. Le tirature dei giornali sono in forte declino costante in tutto il mondo occidentale. Una parte dei lettori perduti continua a sbirciare le versioni online dei giornali tradizionali. Ma quando è ad essi consentito esprimersi a commento degli articoli, se un giornale fa cadere dall’alto le proprie evidenti fregnacce (soprattutto sul tema della fiction “guerra al terrore”) poi si ritrova l’area dei commenti zeppa delle informazioni che esso ha censurato o distorto. Si giunge così al grottesco sublime: al di là delle apparenze, si inverte il flusso delle informazioni, i lettori comunicano all’articolista cosa si è dimenticato di scrivere. Mai nella storia si era visto qualcosa del genere.
Il mondo di internet ha insomma cambiato in modo radicale il paradigma di circolazione delle informazioni. Molti Fiduciosi stentano ad adattarsi al nuovo paradigma.
Prima di Internet era più facile. C’era poco da pensare. Le informazioni giungevano dalle fonti autorevoli di televisione e carta stampata, e pur essendoci divergenza nelle opinioni espresse, c’era una certa coerenza rispetto ai fatti riportarti. Se c’era una guerra, si diceva che c’era una guerra. O al limite una Missione di Pace, il sinonimo ipocrita che va per la maggiore da quando l’Occidente ha adottato la neolingua di Orwell[1]. Per essere informati, bastava tutto sommato credere a ciò che si sentiva e leggeva.
Da quanto Internet ha però moltiplicato a iosa le fonti, si è scoperto che i fatti sono spesso drammaticamente diversi rispetto a quelli riportati sui media tradizionali. Ma su Internet, non tutte le fonti sono affidabili. Ce ne sono semplicemente troppe, perché possano essere tutte attendibili. Credere a ciò che si vede e si legge non basta più. Tocca pensare. Discernere. Discriminare. A parte il cervello, questo richiede tempo e attenzione. Impegnata nelle faccende della propria vita, molta gente non ne ha abbastanza. E per evitare di sconvolgere le proprie certezze ed abitudini, rimane Fiduciosa nel vecchio sistema. Nel breve termine, è indubbiamente più pratico.
La tendenza a credere alle fonti che si reputano “autorevoli” è un processo vecchio come la natura umana. L’origine di questa nostra caratteristica è complessa, e ci vorrebbe un libro intero per tentare di spiegarla. Ma forse possiamo coglierne l’essenza, esemplificandola. Lo scrittore Giulio Cesare Giacobbe ha riscosso un grande successo di vendita con una serie di libripsicologici di divulgazione. Il problema essenziale della maggior parte delle persone – esemplifica efficacemente Giacobbe – è l’incapacità di svilupparsi in un individuo psicologicamente adulto. Dentro molti di noi sopravvive sotto sotto il bambino (o la bambina) rompicoglioni che pretende che ci sia sempre a disposizione il genitore pronto a risolvere i suoi problemi. Il bambino è irresponsabile per natura (e non per niente lo è anche per legge). Parte di questa irresponsabilità si trascina per tutta la vita, e provoca disastri a non finire. Il disastro che ci interessa in questa sede è quello nella fiducia che ci si ostina a riporre nell’autorità che ha già ripetutamente dimostrato di mentirci. Per quante balle il genitore ci racconti, se siamo bambini la nostra fiducia nei suoi confronti non cala (fino a quando eventualmente essa non crolla, dopodiché interviene una fase di odio nella quale si crede il contrario di quanto il traditore, genitore o telegiornale, ci comunica – il crollo della fiducia quindi serve a poco se si rimane psicologicamente bambini).
Molti Fiduciosi hanno avuto accesso, saltuariamente, alle informazioni alternative disponibili su Internet. Hanno potuto verificare con i loro occhi che gli Autorevoli Giornali e Telegiornali in certe importanti occasioni hanno loro mentito. Ma di norma la loro fiducia non viene meno. Un caso esemplare è la grave crisi economica in atto. Annunciata già da anni dalle cassandre “complottiste” su Internet, ha colto milioni e milioni di persone di sorpresa quando a settembre 2008 è deflagrata in uno dei peggiori crolli dei mercati a memoria d’uomo. Ancora nel mese di luglio 2008 gli “autorevoli” giornali da cui i Fiduciosi brucano le loro razioni di realtà quotidiana suggerivano che a settembre si sarebbe potuta vedere una ripresa dei mercati. Nello stesso momento, su Internet si davano già le date del probabile crollo. Settembre.
Due mesi dopo, puntualmente, i risparmi di milioni e milioni di persone scomparivano nel nulla, per lo stupore dei Fiduciosi. Adesso, poco più di un anno dopo, gli stessi giornali che mentirono allora, ci promettono che “la ripresa si vedrà nel 2010 o 2011”. E cosa fanno i Fiduciosi, già traditi (quindi cornuti) dai loro autorevoli giornali nel 2008? Ci credono, ovviamente. Cornuti e prossimamente di nuovo mazziati. Per quante balle ci racconti un genitore, se si vuole rimanere bambini bisogna continuare a credere alle sue parole. (Paradossalmente, gli si crede anche quando la fiducia tradita si commuta in odio, dato si crede all’esatto contrario di ciò che dice)
Infatti il vero problema, alla resa dei conti, non è il superare la fiducia cieca nelle autorità viste come genitore, bensì diventare psicologicamente adulti così da non avere bisogno di questo surrogato istituzionale dei propri genitori. Mi spiego meglio: come forse saprete, esiste un notevole movimento popolare, negli Stati Uniti, ma anche in altre nazioni occidentali, che chiede a viva voce una nuova investigazione sui fatti dell’11 settembre. Ma a chi si chiede di effettuare questa investigazione? Beh, agli stessi che l’11 settembre lo avrebbero organizzato, naturalmente (non esattamente gli stessi individui, ma il senso è quello). Ma come? Dici che l’11 settembre è stato organizzato dal governo e poi chiedi al governo di investigare? E’ come un bambino che essendo giunto alla conclusione che suo papà gli ha rubato i soldi dal salvadanaio chiede al papà di aprire una commissione d’inchiesta sul furto, per indagare se stesso. Cosa si aspetta di ottenere il bambino? Qualsiasi siano le sue nobili aspettative, la cosa più concreta che riuscirà a ricavarne è un sonoro ceffone. Il potere non investiga se stesso. E se lo fa, lo fa per finta. Chiedergli di farlo è infantile come l’esempio del bambino che rompe le palle al papà ladro. In questo caso vediamo come molti Fiduciosi, divenuti Sfiduciati, rimangano tuttavia psicologicamente bambini (e quindi intrinsecamente Fiduciosi) che chiedono all’autorità cattiva e traditrice di tornare ad essere l’autorità buona ed onesta che essi credevano che fosse – ovvero in altre parole chiedono all’autorità di imparare a mentire meglio, a fingere meglio di essere un’autorità buona (i famigerati processi ai capri espiatori servono ben a questo), così che essi possano tornare in quella innocenza condizione di Fiduciosi dalla quale sono stati estromessi a calci nel culo e della quale hanno una dannata nostalgia. Tutto ciò è piuttosto risibile e patetico. Quando capisci che le cose non stanno come vorresti tu, i casi sono due: o ti dai da fare per esercitare tu il potere che secondo te altri stanno esercitando in modo sbagliato (approccio rivoluzionario), oppure sei pienamente appagato dal solo fatto di capire (approccio filosofico). Mugugnare è infantile, e se anagraficamente non sei più un bambino, ciò è anche patetico.
Come detto, i motivi per cui molte persone rimangono così a lungo Fiduciose sono parecchi. I nostri modelli di realtà si riducono fondamentalmente a narrazioni che noi abbiamo elaborato per noi stessi, e che ci ripetiamo di tanto in tanto secondo necessità. Più tempo ed energie abbiamo investito nella costruzione di una narrazione interiore, meno siamo disposti a buttare via l’investimento a favore di una narrazione alternativa, non importa quanto migliore. E’ anche per questo che più si invecchia, meno si cambiano le proprie idee. L’investimento negli anni nelle proprie narrazioni è semplicemente troppo elevato per poterci rinunciare. Ci si affeziona alle proprie idee come ai propri figli (d’altra parte sono entrambi dei replicatori, i figli replicano i geni, le idee replicano i memi – si legga in proposito Il Gene Egoista di Dawkins).
Molti Fiduciosi camminano in bilico sull’orlo della perdita di fiducia. Ho incontrato parecchi Fiduciosi che, di fronte ad argomenti forti vacillavano, si incupivano, sembravano essersi convinti e si lasciavano sfuggire che se ciò che sostenevo fosse vero essi non avrebbero più potuto (o voluto) vivere in un mondo così disgustoso. Il giorno dopo la loro mente era di nuovo sgombra da dubbi ed essi erano di nuovo confortabilmente arroccati nella placida sicumera dei Fiduciosi.
Ma si può anche decidere intenzionalmente di rimanere Fiduciosi, se si è saggi abbastanza. Negli ultimi anni della sua vita, il grande scrittore americano Robert Sheckley è stato un mio stretto amico. Assieme, abbiamo ripetutamente girato mezza Europa, e discusso di molte cose. A settembre del 2004, mentre stavo scrivendo il mio libro Il Mito dell’11 Settembre, andammo insieme ad un convegno letterario a San Pietroburgo, ed io non resistetti alla tentazione saggiare la sua opinione sui fatti dell’11 settembre. Per ovvi motivi, all’epoca avevo spesso questo tema per la testa. L’opinione di Sheckley a riguardo si rivelò molto convenzionale, il che mi stupì poiché Sheckley disponeva indubbiamente una mente ben poco convenzionale. Dissi solo un paio di frasi nella direzione che ben immaginerete, e poi tutto successe molto rapidamente. Mi guardò con occhi furbi e sorriso sospettoso e divertito. Io azzardai altre due frasi e poi lui mutò espressione e mi interruppe, dicendo: “Non voglio sapere altro. Conosco già questa storia. E’ la solita storia degli uomini e del mondo. E’ sempre la stessa storia. Non importa chi sia stato a fare cosa stavolta, chi abbia ucciso chi e perché. E’ in ogni caso esattamente sempre la stessa storia schifosa, e non mi interessa. Perché se inizio a sapere dei dettagli poi ne voglio conoscere altri e poi va a finire che mi arrabbio, e se mi arrabbio poi mi tocca perdere il mio tempo a pensare a queste porcherie invece che a ciò a cui io voglio pensare, a ciò che mi interessa davvero.”
Non aggiunsi parola. E’ un punto di vista saggio e pienamente rispettabile. Sheckley aveva interesse per altri misteri dell’esistenza ed era sua piena libertà usare la sua mente per pensare a ciò che era per lui interessante pensare. Intuì evidentemente che poche frasi ancora da parte mia e la sua intelligenza gli avrebbe impedito di continuare a non capire di quale illusione fosse vittima. Decise intenzionalmente di rimanere Fiducioso su questo tema, per l’inutilità generale e dannosità personale dell’essere Sfiduciato. Per inciso, Sheckley non ha mai avuto timore di guardare a fondo negli abissi della Realtà e dell’animo umano; per chi non conosce la sua opera (male!) basti dire che negli anni cinquanta, all’alba della televisione, già preconizzò nei suoi racconti l’avvento di reality shows dove i concorrenti sarebbero potuti venire ammazzati o salvati dai telespettatori – si vedano i film tratti dalle sue opere, fra cui La decima Vittima e Le prix du Danger) Un’anno dopo l’episodio citato, all’età di 77 anni, Sheckley morì, ma dopo aver trascorso l’ultimo anno della sua vita a pensare a ciò che voleva lui. Aveva indubbiamente fatto la cosa più saggia.
Una nota speciale la meritano i Fiduciosi che popolano il mondo della letteratura di fantascienza, ed in particolare gli amanti dello scrittore Philip K. Dick. Il concetto di una visione illusoria della realtà che si sfalda e va infine in frantumi, rivelando una realtà retrostante totalmente diversa, è un tema comune nella buona letteratura di fantascienza. Verrebbe da pensare che gente avvezza a questi scenari possa essere più sensibile di altri a riconoscere per tali le quinte della mistificazione quando ne fosse vittima. La mia impressione (frequentando spesso questo ambiente) è che non sia tuttavia così. La quantità dei Fiduciosi non mi pare inferiore a quella in altri segmenti di popolazione. Avere dimestichezza con scenari fantastici di società folli ove vigano regimi di mistificazione totale e sistemica, non basta a riconoscerli quando si verificano per davvero. E’ proprio vero che la mente umana è fatta a strati, spesso divisi come compartimenti stagni. Un’anima cyberpunk cinica e disincantata può convivere nel cervello di una persona avvezza a cartomanti ed altre cialtronerie.
Ora che abbiamo passato in rassegna alcune delle ragioni per cui molti Fiduciosi rimangono fiduciosi, spendiamo due parole anche sul metodo principale che il cervello usa, per conservare le proprie utili illusioni.
Il metodo è un errore sistematico che il cervello umano tende a compiere di fronte ad informazioni destabilizzanti. Si chiama bias di conferma. Il nostro cervello in genere accetta di buon grado tutte le informazioni che confermano le nostre credenze, rigettando invece quelle che le contrastano. Le informazioni sconvenienti entrano letteralmente da un orecchio per uscire dall’altro. Tutti noi ci siamo misurati con questo problema. Quante volte si dice “E’ come parlare a un muro”? Questo spiega perché persone altrimenti intelligenti, poste di fronte ad informazioni inequivocabili su fatti controversi come l’11 settembre, eventi in grado di minare completamente la nostra fiducia nel sistema che ci dispensa le informazioni sul mondo, sono visibilmente incapaci di prenderne atto. Se vogliamo capire il mondo e la realtà, il bias di conferma è il nostro più acerrimo nemico. Sapere che c’è non basta ad eliminarne gli effetti. La nostra mente rifiuta di comprendere ciò che non le piace. E’ per questo che di fronte ad un lutto che ci tocca da vicino rimaniamo a lungo increduli. Ed è per questo che i bambini chiudono gli occhi quando si spaventano, nella credenza che non vedere il pericolo basti ad annullarlo.
Uno dei metodi logici classici per distinguere una spiegazione corretta delle cose da una sbagliata, è usare il cosiddetto Rasoio di Occam, coniato da William of Ockham già nel 14esimo secolo. “A parità di fattori la spiegazione più semplice tende ad essere quella esatta”.
Il Rasoio di Occam è alla base del pensiero scientifico moderno, eppure viene violato sempre più spesso nelle spiegazioni che ci vengono date dalle autorità su alcuni problemi topici di portata globale.
Sui fatti dell’11 settembre, ad esempio, la versione ufficiale impone di credere che una quantità straordinaria di cose improbabilissime siano tutte accadute in sequenza, in spregio a ogni legge delle probabilità. Potremmo elencarle tutte e riempire pagine e pagine su questo tema, e per inciso io l’ho fatto nelle oltre 500 pagine del mio libro Il Mito dell’11 Settembre, ma in questa sede ci limiteremo ad un esempio singolo, che illustrerò dopo una breve premessa.
La natura di solito non ama le eccezioni ed è per questo che la scienza ha scoperto le leggi di causa ed effetto. Generalmente la natura ha un comportamento regolare, ed effetti simili implicano di solito cause simili. Per questo gli scienziati non amano fare ricorso a cause senza precedenti per spiegare fenomeni comuni. Sino all’11 Settembre 2001, il crollo rapido, simmetrico e totale di grattacieli con scheletro di acciaio è stato un fenomeno abbastanza comune in America. E tutte le volte che ciò accadeva, senza eccezione alcuna, la causa era una demolizione controllata a mezzo di cariche esplosive sincronizzate. Da una prospettiva scientifica, quindi, ligia al principio del Rasoio di Occam, la prima e più semplice spiegazione ovvia per spiegare i crolli rapidi, simmetrici e totali delle tre torri del World Trade Center l’11 settembre 2001, è quella di ipotizzare una demolizione controllata. E’ la spiegazione più semplice, quindi in sintonia con la logica del rasoio di Occam. Quindi la prima ipotesi da verificare. Ufficialmente, non è mai neppure stata presa in considerazione. Per spiegare i motivi del crollo delle due torri si è invece redatto uno studio di migliaia e migliaia di pagine, che tentano di spiegare in modo evidentemente complicatissimo ciò che la tesi della demolizione controllata spiega in modo elementare, e per di più nella relazione finale si rinuncia completamente a dare una spiegazione alla dinamica del crollo (che, quod erat demonstrandum, non è spiegabile altro che con tesi della demolizione controllata), bollandola laconicamente (e grottescamente) come “inevitabile”[2].
Insomma: da tutte le parti la guardi, sembra una demolizione controllata. Ha la dinamica di una demolizione controllata, ha la tempistica di una demolizione controllata, ha l’apparenza estetica di una demolizione controllata. Domandina: Sarà mica una demolizione controllata? No, no, giurano gli “scienziati” governativi, le apparenze ingannano, ma non sappiamo dirvi bene perché, anzi, no, le apparenze ingannano ma non c’è un perché, e quindi per questo non ve lo spieghiamo, perché il perché non c’è proprio, la dinamica del crollo è stata quella che è stata perché l’evento era inevitabile. Inevitabile per verità rivelata.
Sì, sì, anzi, no, no, si uniscono al coro giaculatorio i Fiduciosi a schiera, impettiti nella loro trance ipnotica tribale, la realtà è fuor di dubbio quello che ci rivelano che sia, qualsiasi cosa ci venga rivelato.
Il vecchio trucco della verità rivelata funziona sempre. Chi osa azzardare che la religione sia in crisi?
Nota bene: ho discusso con Fiduciosi che, conoscendo il principio del Rasoio di Occam, sono riusciti a deformarne lo spirito pur di farlo collimare con le loro convinzioni. Ma non è stato inutile. Da tutto ciò ho capito qualcosa di importante io. Discuterne, non serve a nulla. Chi può e vuole, capisce, chi non può o non vuole sarà sempre cieco e sordo ad ogni logica che violi le sue convinzioni (tranne poi un bel giorno cambiare di colpo idea, e venirti ancora a dire: l’avevo capito subito, io – è l’errore del giudizio retrospettivo, in gergo tecnico hindsight bias, l’erronea convinzione di avere sempre saputo ciò che in realtà si è appena capito)
La logica del Rasoio di Occam si presta bene a capire come sono andate le cose sia nel grande attentato dell’11 settembre, che nel piccolo attentato a Berlusconi.
Riguardo al mega attentato dell’11 settembre 2001, l’ipotesi del complotto di Al Qaeda sostenuta dal governo americano, per essere vera richiede che quel giorno si sia verificata una mostruosa sequenza di eventi mai accaduti prima, ognuno talmente improbabile da essere virtualmente impossibile. In pratica, è come vincere al superenalotto varie volte di fila. Le complicazioni probabilistiche sono insormontabili (chi ha dei dubbi si legga il mio libro a riguardo). Per contro, l’ipotesi che l’attentato sia stato orchestrato da una parte “canaglia” dell’apparato di potere americano, per quanto indubbiamente complessa, è infinitamente più semplice e priva di autentiche impossibilità. Ed è avallata inoltre da molti precedenti storici – la storia del mondo ci insegna che per giustificare l’inizio di nuove guerre non c’è nulla di meglio che fingere di essere stati attaccati (per non menzionare il fatto che chi non conosce la storia è condannato a ripeterla). Quindi è l’opzione più logica, secondo il Rasoio di Occam.
“A parità di fattori la spiegazione più semplice tende ad essere quella esatta”.
Riguardo al mini attentato a Berlusconi il 13 dicembre 2009, è invece l’ipotesi che sia tutta una montatura a richiedere le spiegazioni più complicate. Non c’è un vero indizio a riguardo (quelli menzionati in rete sono davvero risibili). Per contro, la tesi che sia stato il gesto di un cretino, andata a buon fine a causa di una disattenzione del servizio d’ordine, è semplice e ovvia. Inutile arrampicarsi su inesistenti specchi.
“A parità di fattori la spiegazione più semplice tende ad essere quella esatta”.
Tenete ben sempre presente il Rasoio di Occam e limiterete gli abbagli in questa strana epoca in cui ci ritroviamo a vivere, che pare in effetti uscita dalla paranoica penna di Philip K. Dick.
Infine, c’è ancora una categoria di persone di cui non abbiamo parlato. Coloro che sono Fiduciosi, ma in cattiva fede. Questa categoria comprende molti politici, giornalisti e persone con ruoli critici all’interno del sistema. I politici che segretamente sono cinici e Sfiduciati, sono costretti dalle circostanza a presentarsi Fiduciosi. Con una crisi economica e sistemica alle porte, di portata quale non si è mai vista, nessun politico (per lo meno dalle nostre parti) ha la bacchetta magica per fare scomparire il problema. Mentire, sfoggiando ottimismo, per procrastinare la catastrofe, è per certi versi la scelta migliore. E’ vero che così facendo si finisce spesso per gonfiare ulteriormente bolle che poi deflagreranno in catastrofi ancora peggiori, ma per lo meno questo succederà più tardi, e per il momento intanto si sopravvive. E’ facile dire che i politici potrebbero risolvere il problema arrestando tutti i banchieri e rifondando da zero il sistema monetario su basi più realistiche.
E’ proprio facile dirlo. Ma provate a farlo! E come la mettiamo con la inevitabile contemporanea scomparsa di tutti i risparmi di tutte le persone? Che conseguenze pratiche avrebbe un evento del genere? Parlare è facile, ma agire è tutt’altra cosa. Un conto sono le fantasie, un conto è la realtà.
I politici in effetti devono mentire ogni volta che lo reputano necessario, in ultima analisi non è colpa loro, ma di chi vuole credere alle loro menzogne. Per quanto possa essere sgradevole farlo notare, le bugie vengono imposte da chi preferisce venire illuso, rispetto a dover fronteggiare una verità non gradita. I cittadini-bambini, mai cresciuti sino allo stadio adulto di chi è in grado di guardare nell’angosciante baratro della complessa realtà delle cose senza svenire o cagarsi sotto, hanno bisogno di venire illusi costantemente circa la natura del mondo in cui vivono. La prova è che sono i cittadini a selezionare i propri politici, eleggendoli, ed è quindi esclusivamente loro responsabilità il fatto di optare per individui che sistematicamente li ingannano. Prima li votano perché vogliono credere alle loro palesi menzogne, poi li accusano di avere fatto ciò per cui li hanno scelti: mentire. E poi li ri-votano ri-credendo alle loro sempre più palesi menzogne. Come bambini che fanno i capricci coi genitori, dei quali però, essendo bambini, non possono fare a meno. Dimentichi del fatto che i politici (come gran parte degli esseri umani, del resto) mentono per lo meno da alcune migliaia di anni, e che è quindi fanciullesco credere che debbano smettere proprio adesso, per fare un piacere a noi. In ogni nazione i politici mentono nella misura tollerata/richiesta dal loro popolo. I politici bugiardi sono in prima istanza il sintomo dell’immaturità di un popolo, non la causa delle sue disgrazie (Il nord Europa funziona meglio dei paesi mediterranei perché i politici sono mediamente meno bugiardi e disonesti, ma questo avviene perché i popoli che li eleggono sono molto meno indulgenti verso le bugie e le malefatte dei governanti – ciò finisce per selezionare una classe di politici più onesti, o per lo meno disonesti e in modo più invisibile – ogni tanto però, come l’Islanda insegna, le cose vanno a puttane anche lassù).
L’altra grande categoria nella quale troviamo molti Fiduciosi in cattiva fede sono i giornalisti. Parlo di quelli dei grandi media, con elevati stipendi e privilegi. Questi giornalisti spesso mentono a causa del loro personale conflitto di interesse: per deontologia professionale dovrebbero raccontare la verità, ma il loro interesse personale è conservare posto di lavoro, stipendio e privilegi, e quindi eviteranno accuratamente di scrivere qualsiasi cosa che possa fare loro perderli. Non sono quindi credibili per una questione di principio. Per diventarlo essi dovrebbero decidere di lavorare senza stipendio. Vi sono tuttavia anche molti giornalisti autenticamente Fiduciosi, che veramente credono alle balle che raccontano. Anche i giornalisti sono umani, ed il bias di conferma funziona anche per loro. Come disse il saggio:
«E’ difficile far capire qualcosa ad una persona, quando il suo stipendio dipende dal fatto di non capirla.»
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Originariamente pubblicato su www.Roberto.info
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[1] La neolingua fu un’intuizione geniale di Orwell nel suo famoso libro1984. Essa consiste nel surreale atto di assegnare ad una parola anche il proprio significato opposto, secondo il motto che chi controlla il significato delle parole, controlla la realtà. La distopia orwelliana doveva illustrare la società orribile in cui sarebbe sfociato il comunismo. Ma il comunismo non è durato abbastanza, e così l’incubo orwelliano, passo dopo passo, sta invece convolando a nozze con la società “democratica”. La cerimonia (che qualcuno ipotizza esserci già stata con la ratifica del trattato di Lisbona) prelude ad un unione di gruppo fra nazioni in cui il divorzio pare non sia esattamente consentito; i maligni insinuano che l’ammucchiata politica condurrà inevitabilmente ad orgesistemiche, nelle quali tuttavia non sarà concessa ai liberi partecipanti coatti la scelta del ruolo da interpretare.
Questo brano estratto dal documentario della BBC “the power of nightmares” è un raro caso di una fonte autorevole che vi spiega che Babbo Natale… ehm, Al Qaeda non esiste. Ogni tanto anche i grandi media dicono il vero.
Il cartone animato della giraffa che deve prendere coscienza di avere un grave problema (deve morire) illustra bene come la nostra mente reagisca di fronte alle realtà sgradite.
Molti giornali lo hanno dipinto come fosse un Golia in procinto di cadere dopo i colpi di fionda di Davide, anzi, una lunga sequenza di Davide (o Davidi? Esiste un plurale di Davide?) Berlusconi, ovvero l’odiato Golia delle Televisioni contro il quale da mesi e mesi indomiti Davidi (con fervore davidiano?) scagliano ognuno il proprio sasso, nel congiunto sforzo teso all’abbattimento del tiranno. Puttane impenitenti, assassini mafiosi pentiti, rispettati magistrati italiani e prestigiosa stampa internazionale, tutti a scagliare la loro prima (seconda, terza, ecc.) pietra, sassolino o macigno (a secondo delle proprie possibilità) per abbattere “la più grave minaccia alla democrazia nel libero mondo occidentale”. Questa è la scena sotto gli occhi di tutti. Indubbiamente si possono vedere le cose così, e la dimostrazione è che milioni di persone lo fanno. Siamo però così sicuri che questa sia l’unica chiave di lettura di ciò che vediamo? Perché non proviamo – per gioco, per esercizio della nostra elasticità mentale, per saggiare l’efficienza dei nostri neuroni – a ribaltare l’interpretazione della scena davanti ai nostri occhi? Immaginare che il Davide con la fionda sia in realtà Berlusconi? Lo so che per i più si tratta di un esercizio difficilissimo (quando non impossibile), quindi vediamo di procedere per gradi, così da evitare di slogarci il cervello.
Iniziamo con un esercizio facile facile. Guardate attentamente l’immagine della ballerina. Avrete notato che essa sta roteando. E ovviamente sta girando in un solo senso. Come potrebbe infatti girare in entrambi i sensi nello stesso momento?
Ebbene, cosa pensereste di me se io adesso vi dicessi che in realtà vi sbagliate, che la ballerina non gira nel senso in cui credere voi, bensì nel senso contrario? Direste che io sono matto. E’ semplicemente evidente che la ballerina gira nel senso in cui la vedete girare voi. Ecco, allora farete bene ad iniziare a darmi del matto. Perché la ballerina gira infatti anche nel senso opposto a quello che pare a voi. Se non ci credete, fatela vedere a parecchi vostri amici, e vedrete che qualcuno giurerà che essa gira in senso inverso. Ciò che il nostro cervello vede non è sempre tutto quello che potrebbe vedere. Quando riuscirete a vedere la ballerina girare nel senso opposto a quello che vi pareva inizialmente, siete pronti per il grande esperimento: immaginare che nel ruolo di Davide con la fionda ci sia in realtà Berlusconi. E pazienza se mi beccherò l’ennesima accusa di follia.
A giugno 2009 scrissi un lungo articolo sulla demolizione controllata di Berlusconi. Spiegai come i motivi dietro all’attacco incentrato sulle escort fossero in realtà soprattutto legati alla politica sull’energia sviluppata da Berlusconi assieme alla Russia, e che la decisione di demolirlo fosse stata presa all’estero, in circoli di poteri ai quali i contratti di Berlusconi con Putin non sono proprio andati giù. E suggerivo che se Berlusconi non fosse caduto sullo scandalo sessuale, ne avremmo in seguito viste delle belle. In effetti, in questi mesi (non a caso?) se ne sono viste proprio di tutti i colori. Pentiti di mafia lo accusano di avere organizzato attentati dinamitardi, con la sentenza per il Lodo Mondatori gli si è spiegato che deve dare addio a 750 milioni del proprio patrimonio, hanno ripreso a processarlo su altre questioni e se prova a difendersi a suon di leggi gliele annullano come anticostituzionali, il franchising delle rivoluzioni colorate ha aperto bottega anche in Italia e a Berlusconi è stato dedicato il colore viola, tanto che quando al presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko la stampa italiana ha chiesto se non teme una rivoluzione colorata, egli ha risposto: “Abbiamo le stesse probabilità dell’Italia” (e sappiamo benissimo chi è il franchiser internazionale delle rivoluzioni colorate).
Entrare nel merito di tutte queste disavventure di Berlusconi qui non ci interessa, visto che l’obiettivo adesso è tentare vedere il quadro nel suo insieme, e soprattutto capire se la ballerina ruota in un senso oppure nell’altro. Quindi limitiamoci a sottolineare un notevole ed in precedenza inconsueto affollamento di forti iniziative in chiave anti-Berlusconi, e lasciamo la discussione sul fatto se esse siano o non siano fondate nel merito ai battibecchi telegiornalistici dove in effetti non si fa altro.
Risultato di tutte queste iniziative degli ultimi mesi: L’odio per Berlusconi il Golia non è mai stato così alto come oggi, in Italia. Ma nel contempo il Cavaliere apparentemente gode fra gli italiani di uno dei più elevati consensi fra i leader europei nei rispettivi paesi. Quindi la partita politica è ancora aperta.
Ma Berlusconi è davvero il Golia che tutti coloro che per indole sono portati a simpatizzare per Davide vorrebbero vedere abbattuto?
Un articolo apparso su Il Giornale l’11 dicembre 2009, da corpo e sostanza ad un’interpretazione ben diversa.
L’articolo si intitola: Provocazione – Quella sovranità della moneta in mani private. Per la prima volta un grande giornale nazionale affronta una questione spinosissima (lo avrete capito già dal titolo) che sino ad allora era stata confinata ai giornalisti indipendenti dei circuiti dell’informazione alternativa di Internet. E’ un attacco al gotha di quei cosiddetti poteri forti ai quali i giornalisti delle grandi testate occasionalmente alludono di sfuggita, senza mai però osare nominarli davvero. Per la prima volta un grande giornale mette nero su bianco dei nomi (alcuni dei quali mai sentiti nominare da noi profani di queste cose), e si tratta del giornale di Berlusconi. Neppure Beppe Grillo era mai giunto a tanto. Grillo approcciò – è vero – in passato l’argomento affrontato da Il Giornale, ma in seguito reputò evidentemente più prudente tenersene alla larga. E d’un tratto, ecco Il Giornale berlusconiano scoprirsi più grillesco di Grillo stesso.
Perché Il Giornale sferra questo attacco, contro l’Innominabile (manzonianamente parlando) dei giorni nostri?
La risposta più logica è che Berlusconi è in guerra con quei poteri, e questo implica che quei poteri sono in guerra con Berlusconi. Quod erat demonstrandum. Tutto il resto sono piani di lettura superficiali e fuorvianti o, se preferite, allegorie poetiche di quel retroscena. E il motivo della guerra è la politica energetica di Berlusconi, reo di avere stretto importanti accordi in merito con la Russia in violazione degli interessi della grande finanza angloamericana. Contratti che portano alla costruzione di gasdotti in grado di assicurare all’Italia e l’Europa l’energia che serve a riscaldare le nostre case nei decenni a venire, senza fare transitare il gas attraverso nazioni cadute sotto l’influenza di Washington. Contratti quindi per la fornitura diretta del gas, dal produttore al consumatore (vedi progetto Southstream; gli americani spingono invece per il progetto Nabucco, che costringerebbe il gas russo a passare dalla Georgia, sotto il loro controllo, e permetterebbe ad essi di dire la loro anche sul gas del Caspio).
Sono peccati che si possono pagare cari, come l’esempio di Enrico Mattei insegna.
Questo spiega anche il curioso giallo di qualche tempo fa, quando “per motivi di sicurezza” Berlusconi venne fatto dormire per qualche notte a Palazzo Chigi. Girarono voci di minacce di Al Qaeda, che lui in seguito confermò.
Magari qualche lettore crede ancora a Babbo Natale, e non vorrei metterlo a disagio, ma che Al Qaeda esista davvero e che sia quel network del terrorismo che ci raccontano, si è arrivato a dubitarlo addirittura in un documentario della BBC (The power of nightmares, di Adam Curtis). Se ci fate caso, “Al Qaeda” minaccia preferenzialmente chi cerca di sganciarsi dall’asse bellico angloamericano. E’ per questo che “Al Qaeda” anni fa minacciò addirittura il Vaticano, quando per voce di Woityla si macchiò della colpa di tuonare contro l’invasione americana dell’Iraq. Se volete farvi due amare risate, andate a leggervi il capitolo “La vittoria finale dei cartoni animati” nel mio libro sull’undici settembre, fruibile gratuitamente su Google Books (a partire da pag. 360).
La minaccia a Berlusconi da parte di Al Qaeda ha quindi tutto il sapore di un avvertimento degli stessi burattinai che muovono i fili degli attacchi a cui è da tempo sottoposto. Poi magari salta fuori che è tutt’altro, ma il sapore è proprio quello. Anche l’odore.
Osservando le cose in quest’ottica, l’impressione è proprio che la ballerina giri nel senso opposto a quello delle nostre prime impressioni. Se Berlusconi si è messo contro i poteri forti che Il Giornale attacca, è evidentemente lui ad essere il Davide che sfida Golia con una fionda. Piaccia o non piaccia ai milioni di inconsapevoli tifosi di Golia, in cuor loro convinti di tifare e di avere sempre tifato invece per Davide. L’articolo de Il Giornale rappresenta tuttavia per il momento più una punzecchiatura, che un autentico attacco. Un messaggio a chi deve capire. Altrimenti non si sarebbe usata la fionda (l’articolo su Il Giornale), ma l’artiglieria pesante (servizi giornalistici sulle televisioni).
E’ possibile che Berlusconi eviti l’escalation dello scontro, a causa del suo conflitto di interessi. No, non sto parlando di quello che pensate voi, intendo il conflitto tra il suo interesse a non venire ammazzato e quello della perseveranza nella sua politica. Disturbare il manovratore può nuocere alla salute, come Mattei dovette scoprire. Il Cavaliere potrebbe tuttavia insistere ad oltranza nel suo scontro con Golia. Ma se nel mito Davide sconfisse Golia, nella realtà moderna questi miracoli sono più improbabili. Perché a suo tempo Golia, per quanto gigantesco, era pur sempre un uomo. Mentre oggi Golia ha molte teste e ancor più braccia, e non c’è fionda che gli faccia più che solletico. Mentre Davide, lui sì, è solo un uomo, ed è fatto di vulnerabilissima carne.
Due giorni dopo l’articolo de Il Giornale, uno squilibrato, tal Massimo Tartaglia, entrando fisicamente nel ruolo di Davide contro Golia, ha lanciato un sasso a forma di Duomo contro Berlusconi, ferendolo al volto. [Nota dell’autore: ci crediate o meno, questo è accaduto esattamente mentre stavo scrivendo questo articolo, solo poche righe fa – sono rimasto stupefatto dalla coincidenza, la mia metafora si è tradotta in realtà in tempo reale – davvero bizzarro] Vago per Internet a cerca di dettagli. Su Facebook centinaia di persone si dichiarano immediatamente fans del Duomo di Milano, e di altri gruppi di pubblico giubilo per l’accaduto e di ammirazione per lo psicolabile (già si sa cosa succede a chi va con lo zoppo; e a chi ammira lo psicolabile invece?). Per tutti essi è ovviamente Berlusconi il Golia, e lo dimostra il fatto che un Davide lo abbia centrato con un sasso. La ballerina gira solo in un senso. Altrove su Internet, in mezzo ad una sconsolante marea di cazzate inenarrabili, si scova qualcuno che si pone qualche domanda in più. C’è chi ipotizza addirittura l’opzione fantascientifica di un’operazione tipo MK Ultra. Idea curiosa, ma al momento non sostenuta da nessuna evidenza.
Ora che sapete che la ballerina può girare anche nel senso opposto a quello che pensavate, fate uno sforzo e non arrendetevi finché non riuscirete a vederla. Quando ci sarete riusciti, godrete della libertà di poter scegliere in quale verso vi piace guardala ruotare. Sino ad allora, non avrete alcuna libertà, rimanendo schiavi dei limiti di interpretazione del vostro cervello. Per la cronaca, questo della ballerina è un noto test psicologico. Se vedete la ballerina ruotare in senso orario significa che state elaborando l’immagine con l’emisfero destro del vostro cervello, se la vedete in senso antiorario è il vostro emisfero sinistro a elaborare l’immagine. Con un po’ di concentrazione potete riuscire a vederla girare nel senso opposto a quello che vi viene spontaneo.
Conclusione:
Tutti i discorsi su Berlusconi che ormai da mesi si sentono in tivù e si leggono su tutti i giornali, e che la gente per ragioni di mera ecolalia echeggia per strada e nei bar, evocano la penosa immagine di un mucchio di persone intente a bisticciare con fervore di questioni minime ad una riunione di condominio mentre fuori casa infuria, invisibile ai loro sensi, una guerra nucleare. E dire che per accorgersene basterebbe concentrare lo sguardo con sufficiente attenzione sulla ballerina rotante, e concedersi qualche dubbio su ciò che salta agli occhi di primo acchito.
Originariamente pubblicato su www.Roberto.info
Notizie inconsuete le trovi su www.edicola.biz
PS. Se qualche lettore fosse giunto sino a qui continuandosi a chiedere chi cacchio siano Davide e Golia, ecco una risposta calibrata per voi: No, non si tratta, come forse avete pensato, dei partecipanti del Grande Fratello, sono invece due noti personaggi della Bibbia, un libro di cui magari avete sentito parlare.
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In occasione dell’ottavo anniversario dei fatti dell’11 settembre 2001, il libro di Roberto Quaglia “Il Mito dell’11 Settembre e l’Opzione Dottor Stranamore” per qualche giorno sarà a disposizione gratuita di tutti gli italiani, leggibile per intero su Internet. Il libro è infatti appena stato reso disponibile su Google Books, la rivoluzionaria piattaforma di Google che nel tempo si propone di offrire online tutti i libri del mondo digitalizzati.
Pubblicato nel 2006 da Ponsinmor con una prefazione di Valerio Evangelisti, e ripubblicato in seconda edizione nel 2007, il libro ricevette scarsa attenzione da parte dai media, ma ottime recensioni da parte di molti ricercatori sul tema. Nel 2009 il libro è stato tradotto in rumeno e pubblicato anche in Romania (www.11septembriemitul.com)
Ad otto anni dai fatti l’argomento rimane scottante. La versione ufficiale degli eventi, riassunta nel 9/11 Commission Report, frutto della commissione d’inchiesta istituita dal governo americano, desta a dir poco pesanti dubbi in una percentuale rapidamente crescente della popolazione mondiale. Molti membri della commissione stessa hanno preso le distanze dal loro stesso lavoro . Ci sono stati film underground di grande successo di pubblico, come Loose Change, che hanno raccontato una versione molto differente dei fatti a quei cinquanta e più milioni di persone che lo hanno visionato su Internet ed al milione di persone che ne hanno comprato il DVD. Tali film “eretici” sono tuttavia ancora tabù per il mondo dei grandi media. E fortemente boicottati, e spesso mal distribuiti e difficili da trovare, sono anche i libri che hanno smontato la versione ufficiale, ipotizzando narrazioni alternative.
Internet e Google Books permettono tuttavia di aggirare la disattenzione dei grandi media.
Nelle oltre 500 pagine de “Il Mito dell’11 Settembre” tutti i cittadini interessati al tema hanno quindi finalmente la possibilità di accedere – in italiano! – ad una miriade di dettagli documentati e soprattutto ad una approfondita analisi che ovviamente non possono trovare spazio in un film di un paio di ore o in ancor più brevi dibattiti televisivi. E’ il primo libro sul tema reso interamente pubblico in lingua italiana.
Solitamente, solo una certa percentuale di un libro in commercio viene resa leggibile su Google Books (tipicamente il 20%). Ma a partire dalla mezzanotte dell’11 settembre 2009 e per un periodo limitato, “Il Mito dell’11 Settembre” sarà leggibile per intero da chiunque, ovunque si trovi.
E’ un piccolo contributo alla libera circolazione delle informazioni di grande interesse pubblico ed allo sviluppo della ricerca storica sui controversi fatti dell’11 settembre 2001.
Roberto Quaglia è noto anche per le sue opere di fantascienza ed un suo libro scritto a quattro mani con lo scrittore britannico Ian Watson è stato recentemente pubblicato in Inghilterra.
I giornali hanno con la vita all’incirca lo stesso rapporto che le cartomanti hanno con la metafisica” (Karl Kraus)
Nessuno si è mai chiesto come saranno le discussioni politiche da bar il giorno in cui l’era di Berlusconi sarà terminata? Non è un problema da poco. La politica in Italia ormai consiste solo in un litigio permanente fra chi insulta Berlusconi con la stressa passione e costanza con cui le nostre bisnonne ripetevano fino allo sfinimento i loro rosari, e chi invece, non insultando Belusconi, insulta a tempo pieno quelli che insultano Berlusconi. Quando Berlusconi non ci sarà più, come occuperanno il tempo tutti costoro? Azzardo un’ipotesi: continueranno a litigare a proposito di Berlusconi per i decenni a venire, nello stesso spirito in cui ancora adesso si litiga a proposito di Mussolini. Italiani brava gente, siamo d’accordo, ma per favore almeno smettiamola di tirarcela da intellettuali che non è più proprio il caso. Le discussioni di politica nel Bel Paese sono ormai indistinguibili nei contenuti dai battibecchi del tifo calcistico. Ragione per cui anziché con il solito testa e croce delle elezioni (non vi siete accorti che le elezioni un po’ le vincono gli uni e un po’ le vincono gli altri, proprio come se se la giocassero a testa e croce? Questo non vi da da pensare? O vi siete lasciati confondere dal fatto che la chiamano “alternanza”, che forse suona bene, ma a sembra che anche alla roulette il rosso e il nero si alternino con discreto successo…) sarebbe paradossalmente più coerente che i nostri politici si giocassero il governo in un regolare incontro di calcio (o per lo meno a calcetto), almeno così saremmo sicuri che davvero vince il migliore. E in caso di parità, sempre meglio la lotteria dei rigori che il testa e croce elettorale.
Amen.
Ecco, in questo articolo io vorrei evitare di scendere a questi livelli, quindi per favore i tifosi in ascolto si astengano dal cercare di stabilire se intendo qui difendere Berlusconi o se invece mi sto trattenendo a stento dall’unirmi al linciaggio. Nulla di tutto ciò. Azzardo solo una piccola e modesta analisi di quanto sta oggi accadendo, poiché non riesco a trovare in giro ragionamenti che non siano viziati da una pesante faziosità di chi scrive, da una parte come dall’altra, sin dai grandi giornali fino ai più piccoli blog.
Uno dei motivi per cui non si ragiona più, è che in effetti è rimasto ben poco su cui ragionare. La Politica con la P maiuscola dalle nostre parti è finita, così come ci dobbiamo scordare la Democrazia con la D maiuscola. Ci aspetta a breve la ratificazione del Trattato di Lisbona, che nessuno sa bene cosa sia (qualcuno se/me lo sa spiegare?), ma alcuni sostengono che comporterà sostanziali cessioni di sovranità da parte delle varie nazioni al governo europeo. I nostri politici avranno quindi sempre meno possibilità di scelta, dovendo obbedire per i temi importanti alle “direttive europee”, che nessuno bene capisce come si formino. In pratica saranno declassati ad un rango di poco superiore a quello di amministratori di condominio. Visto il livello medio della nostra classe politica c’è chi dice che questo sia in fin dei conti un bene, mentre per altri è molto male dato che non è chiaro quanto il nuovo sistema possa ancora essere davvero democratico. A voler approfondire c’è allora chi si interroga sulla possibilità che una democrazia parziale possa in effetti funzionare meglio rispetto una democrazia completa, ma noi non ci lasciamo attirare in queste discussioni accademiche.
“Come cominciano le guerre? I diplomatici raccontano bugie ai giornalisti, poi credono a quello che leggono.” (Karl Kraus)
Ciò che ci interessa oggi è esaminare il procedimento di demolizione controllata di Berlusconi che si sta attuando in questi giorni. In gergo tecnico si chiama character assassination (assassinio del personaggio), in parole povere si diffama ad arte il bersaglio fino al punto di rendere la sua immagine impresentabile. E’ una tecnica usata innumerevoli volte ovunque nel mondo e nella storia, ed ogni popolo ha i suoi modi e stili preferiti. Lo scandalo sessuale, di cui oggi Berlusconi è vittima, è un modo inedito nel nostro paese. E’ invece come si sa il trattamento preferito nei paesi anglosassoni. Bill Clinton fu quasi interdetto dalla sua carica di Presidente degli Stati Uniti in seguito allo scandalo montato intorno alla fellatio di Monica Lewinski, un atto di sesso orale con opportuna eiaculatio ante cassafortem, (la Lewinksi conservò a lungo la propria blusa sporca di sperma presidenziale in cassaforte – non farebbe così qualsiasi fanciulla di buona famiglia?).
“Ovunque la gente scambia quello che legge nei giornali per notizie” (A. J. Liebling).
Vediamo quindi innanzitutto in dettaglio un piccolo esempio di questa demolizione del personaggio Berlusconi, dopo di che ne analizzeremo i possibili retroscena. Il quotidiano La Repubblica è l’ariete principale in questa operazione, quindi scegliamo un giorno a caso e commentiamone la prima pagina. L’immagine sottostante mostra la homepage dell’edizione online de La Repubblica del 22 Giugno 2009.
Repubblica titola: Berlusconi, indagini su 5 feste, si allarga il filone della cocaina
A fianco del titolo un’immagine di Berlusconi che si muove frettolosamente su un prato, con ansia, quasi scappando. L’insieme dei segni evoca l’idea che Berlusconi organizzi feste a base di cocaina e che ora che è stato scoperto si stia dando alla fuga. Subito dopo la frase “In almeno 4 occasioni Tarantini POTREBBE avere reclutato donne per il Cavaliere” si commenta da sola. L’uso del condizionale è una vecchia tecnica per insinuare impunemente colpe che non sono provate. Subito sotto, gratuita e fuori luogo, la parola “transessuale”. Ancora sotto, titolo grosso: “Slave vestite da Babbo Natale” – si noti l’uso chiaramente dispregiativo, classista e razzista in questo contesto della parola “slave” (in un certo immaginario nostrano di bassissima lega sinonimo implicito di troie). Si poteva scrivere “donne”,”ragazze”, invece si è scritto “slave” per rendere l’espressione molto più morbosa, soprattutto in accostamento a Babbo Natale. “Ragazze vestite da Babbo Natale” suonerebbe molto più innocente. E poi: “C’erano rumene, sembravano di casa..:” e anche qui la parola rumene è intesa in senso razzista, classista e dispregiativo, di nuovo accomunate al ruolo di puttane, e l’elemento diffamatore per Berlusconi è che sembrassero di casa. Lo dimostra il fatto che se invece si fosse scritto “C’erano ragazze, sembravano di casa”, l’effetto non si sarebbe ottenuto. Le rumene peraltro NON sono slave, ma chi se ne frega, l’obiettivo è raddoppiare l’insulto. Il milione e rotti di rumeni che vivono e lavorano in Italia prendano nota del rispetto loro tributato da Repubblica, e così facciano gli slavi. Con quale autorità morale Repubblica potrà in futuro criticare casi di discriminazione razzista dopo titoli di questa risma?
Glissando sui dettagli puramente trash (Barbara mostra i regali di “Papi”, la “trans” Manila, “così andai a cena da lui”) facciamo il bilancio tecnico di questa notizia: nello spazio di pochissime righe – i titoli e sottotitoli – Berlusconi viene associato alle seguenti parole chiave 1. Indagini (NB: lui non è al momento indagato in questa vicenda) 2. Cocaina, 3. Transessuali, 4. Droga, 5. Slave (sottintese come zoccole), 6. Rumene (sottintese come zoccole)
Gli psicologi ben sanno che il cervello umano crea associazioni automatiche fra elementi che vede fisicamente attigui, anche se privi di collegamenti logici. Quando perseguono una character assassination, i giornalisti (di ogni parte politica, Repubblica è solo un caso, anche se eclatante) ricorrono sistematicamente a questa tecnica.
“L’editore è una persona impiegata in un giornale, il cui lavoro è separare la crema dal fango e far stampare il fango” (Bob Phillips)
Se avete dei dubbi sul fatto che questa pratica funzioni, potete sempre fare un esperimento facile facile, della serie try-it-at-home: prendete una fotografia che vi ritrae ed incollatela su un foglio bianco. Poi prendete la foto di un bel pezzo di merda ed appiccicatecela a fianco. Quindi incorniciate il tutto e regalatela al/alla vostra/o fidanzata/o (se ne siete privi provate con la mamma), pregandola/o di tenerla sempre sul comodino. E se il partner butta via o nasconde la foto dove non la può vedere, voi regalategliene una al giorno, ad oltranza. Quindi osservate nelle settimane seguenti se qualcosa cambia nel comportamento del partner nei vostri confronti…
Ogni giornale, dalla prima all’ultima riga, non è che un tessuto di orrori. [...] Non capisco come una mano pura possa toccare un giornale senza una convulsione di disgusto. (Charles Baudelaire)
Scherzi a parte, sia quindi chiaro che Repubblica non è peggio delle altre testate giornalistiche, solo più efficiente nei risultati, eventualmente. Quando conviene, i giornali (o i telegiornali) fanno tutti così, questo è il giornalismo, e non da ieri, complice la dabbenaggine di chi leggiucchia privo del senso critico necessario per distinguere le informazioni significative dalle vacue ciance e le balle. Qualcuno si ricorda dell’emblematico caso di Enzo Tortora? A smemorati e ignavi consiglio l’ottimo libro in merito di Vittorio Pezzuto, che andrebbe reso obbligatorio nelle nostre scuole.
“La pubblicità è la parte più veritiera di un giornale” (Thomas Jefferson)
Adesso che abbiamo verificato il fenomeno, possiamo investigarne l’eziologia. Fosse un fenomeno interamente italiano, l’opera non sarebbe molto interessante. Invece è ormai uno scandalo di visibilità internazionale che riempie le pagine anche all’estero, soprattutto nei paesi anglosassoni. The Times da al nostro Presidente del Consiglio del pagliaccio al quale è caduta la maschera, il Financial Times lo attacca pesantemente (e non per la prima volta), nello staff di Berlusconi qualcuno accusa la sinistra italiana di essere in grado influenzare questi grandi giornali inglesi, che come si sa sono un tutt’uno con i potenti centri finanziari anglosassoni. Che sciocchezza! In realtà il semplice buon senso suggerisce che ad essere vero è probabilmente l’esatto contrario. Molti elementi suggeriscono che la demolizione controllata di Berlusconi sia un prodotto d’importazione, e venga da lontano.
Il presidente emerito Cossiga si è espresso almeno due volte in merito: nella prima intervista non esclude un ruolo dell’America, la seconda volta propende per un complotto nazionale, ma tra le righe rimane l’idea dell’intrigo internazionale. L’opinione di Cossiga è sempre molto interessante, poiché è uno dei pochi politici in giro che si conceda il lusso di divertirsi a dire ciò che pensa, e di sicuro non gli fanno difetto intelligenza, esperienza e fonti. Pochi lo sanno, ma nel 2007 Cossiga dichiarò al Corriere della Sera che negli attentati dell’11 settembre Al Qaeda non c’entrava, che si era trattata di un’operazione essenzialmente made in USA. Non lo sanno in molti poiché curiosamente nessun altro giornale riprese la notizia. Neppure Repubblica, oggi così pervicace in questa manifestazione di giornalismo esemplare che ci fa scoprire di tutto e di più sui genitali assortiti dell’orbita presidenziale. Uno scoop di tale magnitudo – accipicchia, un ex-Presidente della Repubblica Italiana che dichiara che gli americani di sono fatti l’11 settembre da soli – è passato sotto un silenzio che avrebbe fatto invidia alla censura dell’Unione Sovietica di Stalin. Niente male, eh, per la trasparente e democratica stampa occidentale? D’altra parte anche sul mio libro di 500 pagine sui retroscena dell’11 settembre il silenzio della stampa è stato perfetto e la disinformazione tale che anche chi ne ha sentito parlare non ha provato il bisogno di leggerlo credendo di sapere già tutto nel merito (vedi www.mito11settembre.it).
Il giornalismo è un inferno, un abisso d’iniquità, di menzogne, di tradimenti, che non si può traversare e dal quale non si può uscire puri a meno di essere protetti, come Dante, dal divino alloro di Virgilio.(Honoré de Balzac)
A questo punto sorge la domanda : cosa avrebbe fatto Berlusconi per meritarsi tanta sgradevole attenzione da parte di questi poteri esteri? C’è solo l’imbarazzo della scelta.
Ad inizio novembre 2008 Berlusconi va in Russia e si incontra col Presidente Medvedev e pubblicamente dichiara qualcosa di inaudito. Vediamo se qualcuno si ricorda. Vi dice qualcosa la battuta di Berlusconi su Obama, bello, giovane ed abbronzato?
Esatto, Berlusconi pronunziò queste parole in occasione di quell’incontro con Medvedev, ed i nostri giornali amanti della verità non persero l’occasione di ricamarci sopra un tormentone che durò a lungo. Ma io non mi riferivo a questo, quando ho usato la parola inaudito. Nella stessa occasione Berlusconi ha infatti anche dichiarato, testualmente: “Ringrazio il presidente Medvedev per avere apprezzato la posizione italiana in merito al conflitto con l’Ossezia. Questa posizione era basata sulla conoscenza dei fatti. E io penso che questi fatti dovrebbero aiutare la comunità internazionale a comprendere che cosa sia accaduto in realtà e superare la disinformazione che spostò l’opinione pubblica lontana dalla realtà.” Accipicchia, ecco qualcosa di veramente inaudito, il presidente di una nazione della NATO che pubblicamente riconosce che la versione dei fatti fornita dall’America e ripetuta su tutti i giornali è una totale menzogna, e che la versione dei fatti autentica è quella della Russia. Ma voi questo probabilmente non lo sapevate, dato che i giornali nei quali riponete la vostra fiducia vi parlavano invece tutto il tempo della battuta sull’Obama bello, giovane ed abbronzato. Chi l’avrebbe mai detto che il famoso invito di Nanni Moretti a Massimo d’Alema, “Dì qualcosa di sinistra”, sarebbe stato piuttosto raccolto da Berlusconi?
Di bene in meglio (o di male in peggio – dipende dai gusti), qualche giorno dopo Berlusconi alza ulteriormente il tiro, dichiarando che le progettate installazioni dei radar e missili americani in Polonia e Repubblica Ceca, ufficialmente destinate ad intercettare missili dall’Iran (!), sono in realtà una provocazione contro la Russia, così come lo è il riconoscimento del Kossovo, provocazioni che potrebbero condurre ad una nuova guerra fredda. Tutto vero, ma sempre più inaudito, da parte del leader di una nazione della NATO! L’unico commento noto a riguardo è quello di Giulio Andreotti, che consiglia discretamente a Berlusconi di tenersi lontano da certi argomenti. La notizia scomparirà immediatamente dal proscenio giornalistico, e per immediatamente intendo poche ore. Io ebbi la ventura di leggere la notizia sulla versione online del Corriere della Sera, e quando poche ore la volli rileggere scoprii che era scomparso qualsiasi riferimento ad essa dalle prime pagine del quotidiano. Riuscii a ritrovarla solo ricercando nella cronologia della navigazione.
Giornalisti. Chi si salverà da questi cuochi della realtà? (Ennio Flaiano)
Così, mentre gli strateghi angloamericani investono energie e risorse per isolare la Russia cercando in mille modi di rovinarne l’immagine internazionale, Berlusconi esce dal coro dicendo la scomoda verità (mi rendo conto che per alcuni può essere un duro colpo dal quale non ci riprende più sorprendere Berlusconi nel flagrante atto di non mentire) e, non pago, dichiara poi addirittura di volere che la Russia entri nell’Unione Europea.
Già questo basta ed avanza a decretare la necessità della sua fine politica. Tuttavia, dalle parole Berlusconi passa anche ai fatti, concludendo con la Russia accordi importanti in campo energetico fra l’italiana Eni e la russa Gazprom. Se è vero che verba volant, energīa manent, insomma, chi si ricorda del caso Mattei saprà che a giocare sul serio col fuoco (o con ciò che serve a produrre il fuoco) ci si scotta, magari con qualche aiutino da parte del famigerato club atlantico dei fuochisti invidiosi. Anche l’invito in Italia a Gheddafi, del quale gli americani bombardarono l’abitazione uccidendone una figlia, non deve avergli guadagnato molte simpatie oltreoceano. E l’operazione Alitalia di sicuro gli ha esacerbato altre importanti inimicizie.
C’è da avere più paura di tre giornali ostili che di mille baionette. (Napoleone I)
L’attacco con armi sessual-scandalistiche a Berlusconi iniziò con le famose foto della diciottenne Noemi, alla cui festa di compleanno il Presidente del Consiglio si recò. Ben poca cosa, in confronto a ciò che sarebbe seguito, ma all’epoca sembrava già abbastanza per intaccare il consenso popolare del Cavaliere. Ricordo Berlusconi, in televisione per la campagna elettorale, sottolineare fuori da ogni contesto l’importanza della imminente ratificazione del Trattato di Lisbona, un argomento curioso da usarsi in campagna elettorale dato che non mi risulta che in Italia ci siano partiti che osino esprimersi contro (a parte qualche voce isolata all’interno della Lega e all’estrema sinistra, se ricordo bene). Quindi il destinatario di tali dichiarazioni non era probabilmente qualcuno nel nostro paese. Berlusconi ha forse cercato di mandare deboli messaggi a chi aveva iniziato a mettere in opera la sua character assasination, che tuttavia non sono bastati a richiamare i sicari. Ma Noemi non bastò a disarcionare il Cavaliere, l’elettorato non lo ha abbandonato, e quindi per questo lo scandalo è dovuto salire di livello. Eppure Berlusconi per il momento resiste. L’aspetto grottesco di questo processo è che proprio il suo controllo sulle reti televisive (oggettivamente poco democratico) a proteggerlo dal complotto (oggettivamente altrettanto poco democratico).
Politica: Conflitto di interessi mascherato da lotta fra opposte fazioni. Conduzione di affari pubblici per interessi privati. (Ambrose Bierce)
Il paradosso affascinante di questa questione è rappresentato dalla notevole (quasi sadica, psicanaliticamente parlando) passione e soddisfazione catartica che trapela fra i detrattori di Berlusconi mentre lo scandalo si sviluppa. E’ un paradosso, dato che generalmente i detrattori di Berlusconi sono tali poiché gli imputano comportamenti illegali, conflitti di interesse e soprattutto velleità antidemocratiche. E si tratta di tre elementi chiaramente presenti anche nella costruzione di questo scandalo: è difficile sostenere che fotografare col telescopio da chilometri di distanza qualcuno nudo a casa sua, non violi la sua privacy (e quindi la legge rispettiva) oltre ovviamente al buon gusto, è ingenuo pensare che non vi siano precisi e potenti interessi in questa “crociata morale” che con la morale nulla abbiano a che fare, ed infine, per quel poco che capisco di democrazia, mi sembra che l’unica cosa che dovrebbe legittimare o delegittimare un governante in democrazia sia il voto dei cittadini, e non so quanto democratica sia una eventuale delegittimazione mediante scandalo sessuale. Non sto cercando qui di difendere Berlusconi (già si odono tra un bit e l’altro gli ululati dei ciberlupi), bensì formulando un ragionamento logico che vuol solo essere tecnico e mettere in evidenza alcune contraddizioni palesi. E’ interessante a questo proposito il consiglio che Cossiga ha dato a Berlusconi in una lettera aperta: fare una dichiarazione personale in parlamento su questa vicenda, porre la fiducia su di essa, farsi intenzionalmente votare contro dalla maggioranza suicidando così la legislatura e andare subito ad elezioni anticipate. Chi vincerebbe le elezioni? Ognuno deve cercare la risposta in cuor suo. Ma chiunque vincesse, l’argomento sarebbe chiuso una volta per tutte.
Fin qui abbiamo gustato solo l’antipasto del paradosso. Il piatto forte del paradosso è che i detrattori di Berlusconi sono di solito parimenti ostili anche al potere imperialista americano, al sistema dei banchieri internazionali e compagnia bella. Dato che pare siano proprio costoro ad avere decretato la demolizione controllata di Berlusconi, scopriamo che l’esultazione degli antiberlusconiani per l’attacco a Berlusconi è quanto meno bizzarra. Per quanto essi – a ragione o a torto, non sta a me qui giudicare, schierarsi non giova mai all’analisi – detestino Berlusconi, è un dato di fatto che il Cavaliere ha ripetutamente pestato i piedi agli americani in un modo che nessun altro leader occidentale ha osato fare in tempi recenti (a parte forse Schroeder in Germania qualche anno fa, con il suo accordo coi russi per un oleodotto marino – e la sua carriera politica è finita 10 minuti dopo). Non si tenta quindi oggi di demolire Berlusconi per le colpe che storicamente gli vengono ascritte, bensì per azioni che a rigore di logica dovrebbero riscuotere l’approvazione di chi lo ha sempre avuto in antipatia.
In pochi per ora si sono resi conto di questa “alternativa del diavolo”, che colpisce chiunque viva la politica in termini di bianco e nero, di buoni e cattivi, e ad un tratto si trova di fronte alla necessità di fare un bilancio fra differenti mali e decidere qual è il meno peggiore.
Qualcuno però si sta svegliando, in quella parte di blogosfera dove Berlusconi è sempre stato visto come IL nemico da abbattere, e a denti stretti deve ammettere di dover considerare l’eventualità di ritrovarsi un giorno a rimpiangere l’odiatissimo Cavaliere, perché ciò che verrà dopo sarà probabilmente assai peggio.
“La differenza tra la letteratura e il giornalismo? Il giornalismo è illeggibile e la letteratura non è letta. (Oscar Wilde)
Non ho idea di quanto i burattinai di questa demolizione controllata di un Presidente del Consiglio siano in grado di alzare il tiro, né di quante forze – politiche e psicologiche – l’ormai ultrasettantenne Silvio Berlusconi possa disporre per resistere all’assedio. Dato per finito innumerevoli volte, come niente fosse il Cavaliere si è finora sempre rialzato e ogni volta più baldanzoso di prima. La demolizione di Berlusconi è ormai già anche uno show nelle televisioni americane (come potete vedere nel videoclip in calce a quest’articolo). Quale sarà la prossima puntata del melodramma? E quale ne sarà l’epilogo? Berlusconi può resistere e vincere, oppure resistere e cadere. Oppure può arrendersi sottobanco e mettersi in riga a prendere ordini dall’alto come ogni politico “che si rispetti”. Se non cederà, forse l’escalation andrà avanti, e ne vedremo di tutti i colori. In una recente (e criticata) battuta Berlusconi ha detto: “Ci manca solo che mi dicano che sono gay”. No, caro presidente, sia più immaginativo, se l’ipotesi di complotto internazionale è fondata, c’è probabilmente il fior fiore dei creativi a lavorare sul Suo caso. Da alcuni anni viviamo in un mondo pedofically correct (lo so che in inglese si dovrebbe scrivere pedophically correct, ma il mio neologismo è in italiano), ovvero è stata approntata questa formidabile arma di scomunica moderna istantanea, l’accusa di pedofilia, dalla quale non c’è ritorno, anche quando si viene assolti, l’arma definitiva di demolizione di qualsiasi personaggio. Non è mai stata usata sinora contro un capo di governo. Ma come Hiroshima insegna, per tutto c’è sempre una prima volta.
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Ecco un video in cui Berlusconi viene preso in giro su una TV americana
Premetto che io ero uno di quelli che ci capivano qualcosa di Internet. Mi ero sprofondato in internet appena il World Wide Web fece capolino in Italia nel 1995, con VideoOnLine. Non c’era quasi nulla, su Internet, e i motori di ricerca facevano schifo, eppure si trovava tutto. Quindici anni dopo il paradigma si è invertito: su Internet c’è tutto, e i motori di ricerca sono intelligentissimi, ma non si trova più nulla. Quindici anni fa i motori di ricerca erano decisamente stupidi, si limitavano ad indicizzare le pagine web e l’unico criterio di ricerca che usavano era contare quante volte una parola chiave compariva all’interno di una certa pagina. Dato che io producevo pagine web e non ero altrettanto stupido, compresi quindi che bastava ripetere centinaia di volte una parola chiave all’interno di una pagina per finire in testa ai motori di ricerca, il più importante dei quali era Altavista. Iniziai quindi a fare proprio così usando praticamente tutte le parole chiave che mi venivano in mente, colorando le migliaia di parole chiave dello stesso colore dello sfondo, così che non si vedessero. Adesso questo suona oggi banale, ma all’epoca era un’idea brillante. Tanto brillante che tutti me la copiarono (forse anch’io copiai qualcosa da altri, ma in Italia fui uno dei primi e, di sicuro, per almeno un paio di anni il più efficiente) e ben presto il web italiano divenne in parte un immondezzaio. Qualcuno criticò il mio operato (il responsabile motori di ricerca di Virgilio quasi mi tirò la tazzina di caffé che stava bevendo quando, dopo avermi incontraro, apprese da me chi ero), ma l’aspetto positivo di quelli come me è che costrinse i motori di ricerca a farsi più intelligenti. In seguito utilizzai le mie competenze per mandare affanculo qualche milione di italiani che probabilmente se lo meritavano (i nostalgici possono ancora andarci su Affanculo.org) e per un po’ di altre cosucce, che qui non ci interessano. Questo preambolo non serviva a vantarmi, ma a premettere che di Internet non sono proprio a digiuno. Ebbene, oggi, nel 2009, su Internet non riesco neppure più a trovare quello che cerco. Forse è capitato anche a voi, ma eventualmente non ve ne siete accorti. Tutto dipende da cosa cercate. Se per esempio volete semplicemente trovare il profilo Facebook di un vostro amico, nessun problema. Eccolo lì, in testa ai risultati di ricerca. Se siete alla caccia di un albergo in una località turistica, ne trovate a volontà. Ma se cercate semplici informazioni a proposito di un luogo, è quasi impossibile sfuggire alla fitta giungla di siti alberghieri che vogliono attirarvi nelle loro stanze. Alla fine, siete costretti a ripiegare su Wikipedia, che non manca mai in testa ai risultati di ricerca. Ma bisogna proprio essere schiavi di Wikipedia se si vuole qualche informazione non commerciale? (E tra l’altro si è scoperto che è ormai pratica comune fra le grosse aziende il rivolgersi ad aziende di marketing che a pagamento provvedono a manipolare Wikipedia a beneficio dei clienti – quindi la tanto decantata obiettività di Wikipedia è solo un mito). Ci sono cose che si trovano sempre, su Google. Talmente sempre esse si trovano, che è diventato quasi impossibile trovare altro. Ci sono virtualmente milioni di pagine su Internet, ma gira che ti rigira ti ritrovi sempre a finire sulla manciata dei soliti siti. Io ho una homepage personale che esiste ormai da quasi 15 anni, eppure la gente del mio passato mi trova su Facebook, come se il resto di internet non ci fosse. E la mia pagina ha un buon ranking e si trova con facilità su google, ma per sempre più gente Internet si è ormai ristretta a Facebook e pochi altri “luoghi”. Buon per loro (tranne quando poi si ritrovano eventualmente buttati fuori da Facebook senza sapere il perché, come ad alcuni accade). Io invece rimango attratto dall’internet più “underground”, che però è sempre meno facile da trovare. E’ ormai quasi del tutto invisibile, come se non esistesse. Il sistema del ranking inventato da Google, certamente geniale e per molto tempo decisamente efficiente, ha tuttavia nel tempo finito per privilegiare (e formare) i grandi centri di gravità attorno a cui ormai ruota tutto. Nulla di innaturale, dopotutto, anche l’universo stesso è diventato ciò che è in modo non dissimile. Se le galassie si sono formate è a causa di quel misterioso principio di gravità che ora sembra essere efficace pure nel mondo virtuale di Internet, anche se a livello cosmico è per ora da escludersi che ci abbia messo lo zampino Google. C’è chi chiama questa nuova forma di Internet il Web 2.0, come se fosse una novità. Tecnicamente si tratterrà pure di una novità, ma concettualmente il Web 2.0 assomiglia sempre di più al vecchio mondo rispetto al quale il Web 1.0 costituiva una novità effettiva, un mondo essenzialmente oligarchico dove sono in pochi – i veramente grossi e potenti – ad avere audience e voce in capitolo su ciò che importi. Se ciò avviene, significa che probabilmente è inevitabile e non andrebbe giudicato in termini di bene o di male, che sono sempre categorie soggettive. A me personalmente disturba, ma questo è eventualmente solo un mio problema. Il mondo è raramente come a noi farebbe comodo che fosse. A questo processo – per così dire – “naturale”, si aggiunge però adesso anche quello più artificiale dei legislatori, che probabilmente agli ordini di occulti burattinai sembrano indirizzati a formalizzare sul piano legislativo e quindi consolidare questa trasformazione. La Francia è su questo all’avanguardia. Una legge che costringe gli IPS, i fornitori di accesso, a bloccare l’accesso ad Internet a chi si scambi files peer-to-peer, costituisce l’antipasto. Ma è allo studio una legge ben più aggressiva, la quale prevede la creazione di “white lists” di siti web consentiti, e per essere inclusi nella white list bisognerà pagare una tassa. Questo significherebbe il definitivo affossamento della parte non commerciale di Internet. In America si discute anche di una tassa sull’invio di ogni email. Ma in America Pentagono o dintorni hanno già definito Internet come la più grande minaccia esistente per gli Stati Uniti. Probabilmente non li rende troppo felici il fatto che tramite Internet i loro stessi cittadini si scambino informazioni non approvate dal governo, tipo quelle che sui fatti dell’11 settembre raccontano una storia diversa (e io sul tema ne so qualcosa). Immagino che per quello che riguardi la “minaccia” si riferissero al Web 1.0, perché qualcosa mi dice che il Web 2.0, nella sua forma consolidata, non genererà gli stessi “problemi”. Ho provato a cercare su Facebook l’esistenza di gruppi per la verità sull’11 settembre (dei quali il web 1.0 è traboccante), ma non ne ho trovati, se non di dimensioni risibili. Questo vorrà pur dire qualcosa.
Il nome Internet nacque quando vennero connesse la rete Arpanet e la rete Usenet. Il nome suggerisce un ambiente che connetta reti. La direzione in cui ci muoviamo adesso è per certi versi contraria, si va verso una disconnessione (reale o virtuale) dei “piccoli” dal mondo dei “grandi”. Ragione per cui il Web 2.0 (o il 3.0, scegliete voi in quale release…) si chiamerà Internet in modo filosoficamente improprio. Sarebbe molto più appropriato chiamarlo Oligonet. E forse – chissà – sarà proprio così che gli esclusi lo chiameranno. Ma nessuno lo verrà mai a sapere.
Orwell, dopotutto, era un dilettante. Ha scritto un libro da cui è stato tratto un reality show i cui partecipanti non sanno neppure che lui è esistito. Tanto lavoro per nulla. Ha messo insieme un bel libro ma si è dimenticato di brevettare il “format”. E quindi è oggi lecito plagiarlo. In televisione come sulla scena politica. Ben gli sta. E’ il destino dei dilettanti.
Orwell era un dilettante per difetto di fantasia. Non è riuscito ad immaginare a quali livelli di assurdità una società umana possa spingersi, e quanto ciò possa risultare paradossalmente spassoso. Noi, che viviamo nel ventunesimo secolo, siamo più fortunati.
Siamo più fortunati perché viviamo nell’era di Internet, così che i pedofili possano adescarci. Non fate caso al fatto che nessun pedofilo abbia mai adescato voi o i vostri figli su internet, i telegiornali ci spiegano e rispiegano che la pedofilia è in agguato su Internet. E i telegiornali hanno sempre ragione, altrimenti perché la gente li guarderebbe? Un giornalista indipendente tedesco con grande esperienza di ricerche in rete [Gerhard Wisnewski] si è calato nei panni di un pedofilo online ma per quanto abbia cercato bambini nudi non ha trovato nulla. Tranne i siti civetta di qualche curioso dipartimento polizia, che ti adescano in un sito pedofilo per arrestarti. E ti avvertono pure: riporta Wisnewski ad esempio che il sito Youngporn2008.com ci tiene ad avvisarti che “La pagina che stai per aprire probabilmente contiene pornografia infantile illegale. Se volete aprirne i contenuti, cliccate qui.” Se intendete conquistarvi le prime pagine della Grande Stampa dei Paesi Liberi come il Capro di Turno & Mostro Sbattuto in Prima Pagina accomodatevi e cliccate. Si sente la mancanza di un Premio Darwin per chi naviga su Internet.
Per fortuna Internet è entrato in fase di smantellamento, anche se per ovvie ragioni l’impressione diffusa sarà opposta, come al solito. Capire la realtà spicciola è semplice, dopotutto, spesso basta credere all’opposto di ciò che ci viene presentato per vero.
La Francia ha appena reso illegale lo scambio di files su Internet, quando internet, in sostanza, consiste esattamente in un meccanismo di scambio di files (quando navigate per il web il vostro browser incessantemente scambia files con i siti che visitate). Se scambiate per tre volte peer-to-peer-files di vostra proprietà, per esempio il video della vostra festa di compleanno, con un amico, vi tagliano l’accesso e perdete il diritto di usare internet, pur conservando il vostro obbligo di pagarlo. Mi sembra giusto. Doversi sorbire i video delle feste di compleanno degli altri è una tortura vietata dalla Convenzione di Ginevra.
E finalmente è stato trovato il rimedio anche all’annoso problema degli hacker, che da sempre entrano nei nostri computer per farsi i fatti loro (un po’ come fa Microsoft, ma con minor mezzi a disposizione). Adesso li si potrà bombardare con bombe nucleari. Vedo già il vostro sorrisino perplesso. Non credete che sia una soluzione ragionevole? E’ per questo che non vi fanno entrare nella stanza dei bottoni. Siete in difetto di pensiero laterale. Perché nella stanza dei bottoni (bottoni nucleari, ovviamente, non certo merce da sartoria) si è esattamente deciso così. Gli hacker potranno d’ora in poi venire attaccati con bombe nucleari. Una strategia coraggiosa, ma evidentemente lungimirante, anche se di primo acchito ci può lasciare confusi. Per fortuna c’è chi ha le idee chiare e si tratta del Capo del Comando Strategico degli Stati Uniti d’America, autore a Maggio 2009 di questa dichiarazione. Gli Stati Uniti sono pronti a rispondere con armi nucleari a ciberattacchi. Era ora! Quante volte l’antivirus fallisce e ci ritroviamo con un troiano nel PC?
Bombardiamo finalmente come si deve questi cazzo di hacker!
Ci penserà, l’America. Il paese più libero del mondo. In quanto tale, l’America detiene infatti il 25% di tutti i detenuti del mondo. Secondo Wikipedia 7,2 milioni di americani sono già in galera o dintorni. Qualcuno argomenterà che c’è ancora molto da fare su questo fronte. Ma l’importante è che bombardino gli hacker. E magari anche Internet, per dare una lezione ai pedofili.
Attendiamo l’inevitabile convergenza finale dei miti moderni. Sapremo che il tempo è venuto quando la Grande Libera Stampa dei Paesi Democratici finalmente titolerà: “Ennesima retata dei pedofili di Al Qaeda, decine di migliaia di arresti in tutto il mondo. I terroristi pianificavano di scambiarsi miliardi di foto di pornografia infantile realizzate con i nostri figli a nostra insaputa, utilizzando i famigerati circuiti di Pirate Bay ed Emule. Orrore in tutte le famiglie. Eccovi nella loro crudezza le immagini che non avremmo mai voluto mostrarvi.”
Ripeto: Orwell era un dilettante.
Ebbene sì, ho ceduto. Erano anni che vari amici cercavano di convincermi a creare un mio blog, ma ho stoicamente resistito. Fino ad oggi. Innanzitutto mi faceva schifo la parola. Blog. Che cazzo di nome. Non è una parola italiana e se è per questo non sembra neppure una parola, ma un rumore. In secondo luogo aborrisco le schiavitù, e le più insidiose sono quelle autoindotte. Mi vedevo a rischio di una nuova schiavitù, ore ed ore evaporate tutti i giorni sulla tastiera per aggrumare pensieri che nessuno leggerà mai. Ma oggi, imperscrutabilmente, mi ha colto un’illuminazione: ci penserà la mia egregia pigrizia a proteggermi. La frequenza dei miei post sarà con tutta probabilità scarsissima assai, e allora perché non dovrei farlo? D’altra parte uno si chiederà anche: perche’ farlo? Il fatto è oggi che mi prudevano le punta delle dita per una cosuccia che ho letto, troppo poco per un articolo serio, troppo per un sms. Due divagazioni esattamente a misura di blog. E’ per questo che il mio blog è nato, per l’articoletto che scriverò tra poco, e basta. E pazienze se in seguito la persistenza del blog mi costringesse scrivere dell’altro.